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Li accogliamo e vanno nelle baracche

La Cri li chiama «invisibili», migliaia di immigrati che sfuggono all’assistenza. Si concentrano in un accampamento a est di Roma e in due palazzi occupati

Roma predica l’accoglienza, ospita migliaia di rifugiati, ma poi gran parte di quesi immigrati finiscono nei palazzi occupati e nelle baraccopoli. In condizioni disumane. Il Comune ha già garantito al ministero dell’Interno l’ospitalità a 2.581 rifugiati fino al 2016 (altrettanti vengono gestiti dalla Prefettura) impegnando milioni, ma si dimentica di quelli già approdati in città, lasciati senz’acqua o assistenza medica, che così diventano «invisibili». Non sono rifugiati, o quantomeno non hanno ancora ottenuto lo status, non sono «dublinati» (così si chiamano i profughi che in base al regolamento di Dublino restano ingabbiati nel Paese di primo ingresso fino al completamento delle pratiche) la Croce Rossa li chiama transitanti: «Invisibili - sintetizza il presidente Cri di Roma, Flavio Ronzi - che sbarcano al sud e poi raggiungono la Capitale nei modi più diversi, c’è chi ha fatto giorni di viaggio arrivando a piedi dalla Sicilia, per paura di essere schedati o identificati non chiedono aiuto, tramite il passaparola si sistemano in luoghi di fortuna». Per esempio in quella che gli inquilini hanno ribattezzato la «Comunità della Pace» in via delle Messi D’Oro, dietro la stazione Ponte Mammolo, che assieme al Salaam Palace a Tor Vergata e alla struttura sulla Collatina, entrambi palazzi occupati, «rappresentano tre punti di snodo dei transitanti principalmente di nazionalità somala, eritrea ed etiope, le vedono come tappe intermedie del loro viaggio anche se capita che finiscono col diventare definitive», raccontano i volontari Cri. Proprio questi indirizzi, Salaam e Collatina, sono finiti sui giornali non più di tre settimane fa in seguito a due decessi sospetti, africani trovati morti nella loro stanza senza documenti né lasciapassare per l’Italia: come ha poi confermato il Campidoglio, l’etiope sbarcato in Sicilia il giorno precedente l’arrivo a Roma è poi risultato affetto da tubercolosi «anche se non virale, quindi non trasmissibile». Più di 1.200 immigrati sono accampati al Salaam, 700 hanno trovato alloggio sulla Collatina, circa 120 - con punte che però raggiungono i 400 stando alle stime dell’Asl RmB - tra le baracche di Ponte Mammolo, un "non-luogo" mimetizzato tra la vegetazione che da otto anni ormai e soprattutto in questi giorni ha calamitato decine di arrivi. «Provengono per lo più dal Corno d’Africa - racconta Giorgio De Acutis, responsabile del progetto Migranti della Cri che ci accompagna nell’accampamento - alcuni sono arrivati a piedi in condizioni critiche, sono affetti da malattie della pelle, denutrizione, disidratazione, anche un problema banale come una ferita se sottovalutata può creare un’infezione. La settimana scorsa abbiamo portato in ospedale un bimbo di 10 anni così magro che la pelle si stava lacerando all’altezza della tibia». Dal villaggio cinque giorni fa è partito un carico «con decine di persone, chi può permetterselo paga il pullman, fanno una tappa a Milano e poi, se riescono, scavalcano i confini: bisognerebbe riorganizzare tutto, per esempio i dublinati, coloro che devono restare in Italia, fuori potrebbero trovare un lavoro, c’è chi li ospiterebbe, invece restano intrappolati». Là dentro, forse, i rivestimenti in eternit non sono il problema principale. Non c’è pavimentazione, gli inquilini hanno ricoperto il terreno di ciottoli per arginare l’acqua ma quando piove - la settimana scorsa - si trasloca coi cartoni nell’ex parcheggio per torpedoni di Ponte Mammolo, dove durante il giorno al massimo giocano a pallone. «Cercano di limitare i rapporti col territorio - continua Giorgio - probabilmente perché intimoriti dalle pressioni dei trafficanti: la Croce Rossa parla di corridoio umanitario che però, in queste condizioni, si interrompe a Roma». Zero sicurezza, un generatore lavora tutto al giorno per un po’ di luce, e zero tutele igieniche: un bagno per tutti, un altro a pagamento, doccia fradicia e senza porta. C’è almeno un tetto, ma non può bastare, a Salaam e Collatina, in quest’ultimo caso l’etiope morto aveva affittato la stanza: fornelletto a gas dentro, bomboloni in corridoio e lavatrici comuni sul tetto, accanto alle parabole. Dal 27 maggio, due giorni alla settimana in ciascuna delle tre strutture, la Cri ha attivato un presidio con medici e mediatori culturali, si sono aggiunte anche Asl RmB ed altre associazioni: «Aspettiamo solo le istituzioni - conclude Ronzi - se non pensiamo ad una task force e risorse aggiuntive per occuparci del dramma dei transitanti questa emergenza diventerà infinita, dobbiamo essere preparati ad affrontare il tema anche sotto il profilo sanitario, garantendo un minimo di assistenza per evitare che la psicosi malattie infettive scateni l’intolleranza e l’allarme sociale».

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