Trentaquattro anni di false piste, grandi bugie e verità negate. Quasi sette lustri di «balle mediatiche», teorie inventate, pregiudizi strumentali. Ma sul Dc9 Itavia I-Tigi, esploso in volo il 27 giugno 1980, alle 20.57, nei cieli di Ustica, quello che c’era da sapere, a dispetto dei «professionisti del torbido», lo ha sancito il processo penale conclusosi nel 2007, stabilendo che l’aereo dell’Itavia non è precipitato per una «quasi-collisione» con un caccia militare; che il Dc9 non è stato abbattuto da nessun missile; che i quattro generali dell’Aeronautica processati per aver depistato le indagini sono innocenti. Tutto quanto avvenuto dopo, la sentenza civile che ha definito la teoria del missile «abbondantemente e congruamente motivata» o l’ultima novità sui caccia francesi decollati quella notte dalla base di Solenzara in Corsica e rimasti in volo fino a tarda sera, e non fino alle 17, come sostenuto finora dalle autorità d’oltralpe, non potrà mai superare le uniche certezze sanzionate dai giudici nel procedimento penale. Certezze che vanno raccontate innanzitutto per il rispetto che si deve e sempre si dovrà ai familiari delle 81 vittime. La prima. La presenza di aerei militari intorno al Dc9, che sarebbe provata dai plot radar «-12» e «-17», è stata giudicata nel processo «un salto logico non giustificabile» basata solo su «ipotesi e mai una sola certezza». Anche perché, lo sottolinea pure la Cassazione, solo il radar Marconi di Ciampino rivela quei due plot, mentre «altri radar più moderni e più sensibili di quello indicato e quelli dislocati in altre località, non rilevarono detti plot». La seconda. Il Mig libico precipitato sulla Sila in presunta concomitanza con l’abbattimento del Dc9, circostanza che avallerebbe lo «scenario di guerra» intorno all’aereo civile, è in realtà precipitato il 18 luglio, 21 giorni dopo, come ammesso a denti stretti anche dai pm. Quanto alla portaerei americana Saratoga, da cui sarebbe partito il cacciabombardiere che butta giù il Dc9, era in realtà, come anche in questo caso hanno dovuto riconoscere i pubblici ministeri, attraccata al porto di Napoli. Lo provano le foto del matrimonio di due sposini scattate proprio il 27 giugno 1980. E i caccia non possono decollare da una nave ormeggiata. La teoria della «quasi-collisione» fra il Dc9 e un velivolo sconosciuto, avallata dal giudice istruttore del caso Ustica, Rosario Priore, è poi scientificamente indimostrabile e non ha precedenti nella storia dell’incidentistica mondiale. Crollate anche le affascinanti tesi, mai provate, sulle cosiddette «morti sospette» di alcuni testimoni uccisi perché sapevano troppo. E se è vero che nessun giudice ha mai stabilito che l’aereo dell’Itavia è precipitato dopo la deflagrazione di una bomba a bordo, è altrettanto vero che è stato un pm, nella sua requisitoria, ad affermare che «l’esplosione all’interno dell’aereo, in zona non determinabile, di un ordigno, è dunque la causa della perdita del Dc9 per la quale sono stati individuati i maggiori elementi di riscontro. Certamente invece non vi sono prove dell’impatto di un missile o di una sua testata».
Tra depistaggi, verità negate e balletti mediatici
Luca Rocca Trentaquattro anni di false piste, grandi bugie e verità negate. Quasi sette lustri di «balle mediatiche», teorie inventate, pregiudizi strumentali. Ma sul Dc9 Itavia I-Tigi, esploso in...
