Ha corso per prendere quel volo, ha cercato fino all'ultimo di salire su quell'aereo anche quando l'imbarco era già chiuso. Quel 27 giugno di trentaquattro anni fa avrebbe potuto essere anche lui tra i passeggeri in partenza per Palermo, sulla pista dell'aeroporto di Bologna il DC-9 azionava oramai i motori e lui se la prendeva con la sorte, che a tutti i costi aveva voluto impedirgli di accomodarsi in mezzo agli altri passeggeri in rotta verso l'atroce enigma di Ustica. Roberto Afeltra all'epoca era un giovane praticante procuratore legale con la passione (ancora viva) per lo sport, oggi è un cassazionista e un uomo riservato. Che fatica per convincerlo a raccontare una storia che il pudore gli ha fatto custodire dentro per 34 anni. Avvocato, perché avrebbe potuto essere su quel volo? «Il 27 giugno mi trovavo a Bologna per un impegno sportivo, e dovevo raggiungere Palermo per un altro impegno dello stesso genere. Ero munito di biglietto open, che permetteva di fare il check-in per una tratta anche decidendo all'ultimo se prendere l'aereo, come era mia intenzione, a patto che fossero avanzati dei posti». E allora come mai non è salito sul DC-9? «La fatalità è stata decisiva, non una ma molte volte. Infatti, per la prima e da allora unica occasione in vita mia, quel giorno non ho portato con me il biglietto con cui avevo intenzione di imbarcarmi. Lo custodiva la persona con cui condividevo l'impegno di quella giornata bolognese e con cui dovevo condividere anche il percorso verso l'aeroporto. La seconda fatalità è stata l'imprevisto protrarsi dell'impegno a Bologna, per cui ci siamo liberati più tardi di quanto preventivato arrivando in aeroporto a imbarco già chiuso. Ci siamo comunque presentati al banco del check-in, ma proprio in quel momento chi mi accompagnava si è accorto di aver dimenticato il mio biglietto». E quindi? «Non c'era tempo per tornare indietro a prenderlo e quindi cercai in tutti i modi una soluzione per potermi imbarcare. Forse con una piccola forzatura sarei potuto salire, ma gli addetti di terra si rifiutarono in modo categorico di permettermelo. Ricordo bene le maledizioni, per usare un eufemismo, che accompagnarono il malcapitato affidatario del biglietto nel tragitto verso la città, in attesa di trovare la migliore soluzione per il giorno successivo. Il giorno dopo non ho più voluto partire da Bologna, ma scelsi Roma». Quando ha saputo di dover invece benedire il suo collega? «Ero a cena in albergo, stavo pensando a tutt'altro e stavo ancora smaltendo il nervosismo. Si diffuse la notizia del disastro, non volevo crederci. Non ricordo cosa provai allora né cosa ho provato nei giorni successivi. Di sicuro da quel momento non ho più cambiato un volo, nemmeno per un orario più favorevole sopravvenuto all'improvviso. E ricordo ancora il senso di paura con cui ho viaggiato alcuni anni fa, quando per motivi professionali urgenti dovetti rientrare in anticipo a Roma da una vacanza all'estero. Per tutto il viaggio mi ha accompagnato il pensiero che potesse accadere qualcosa». Cosa le ha insegnato quell'esperienza? «Mi ha rafforzato nell'idea di fatalismo e che il destino di ognuno è già scritto. Peraltro deve esserci un qualcosa che lega il numero 27 alla mia persona: è il giorno in cui sono nato, poteva essere quello della mia morte a Ustica. È il giorno in cui è scomparso uno dei miei nonni. Ed è anche il giorno in cui l'auto su cui viaggiavo ebbe un'improvvisa avaria ed ormai fuori controllo si è fermata appena sul ciglio di un burrone senza precipitare giù». Perché dopo tanto tempo ha deciso di rivelare il miracolo che l'ha tenuta fuori da quel volo? «Sinceramente non ho mai amato parlarne, per riservatezza personale e anche per rispetto. Ho addirittura intimamente rimosso quella vicenda. Qualche tempo fa ho incontrato una persona che non rivedevo praticamente da quell'epoca, e l'incontro mi ha risvegliato quel ricordo. Tutt'altro che piacevole, malgrado la fortuna che ho avuto, perché su tutto ha sempre prevalso il pensiero del dramma di quelle persone e delle loro famiglie. È al loro dolore che penso ogni anno il 27 di giugno».
«Feci tardi e scampai alla tragedia»
A 34 anni dal disastro l’avvocato Afeltra racconta come perse il volo del Dc9 «Giunsi a imbarco chiuso e chi mi accompagnava dimenticò il biglietto»
