L’AQUILA La manovalanza arrivava da Casal di Principe oppure da Casapesenna. Erano i boss a scegliere muratori e carpentieri. Li mandavano all’Aquila a lavorare nei cantieri della ricostruzione, in uno di quelle centinaia di cantieri che di giorno rendono vivo il centro storico della città terremotata. A fine mese la busta paga degli operai si dimezzava. Metà dello stipendio, prelevato in contanti, esentasse, tornava nelle facoltà della famiglia che forniva il lavoro. Nessuna violenza per chi cercava di alzare la voce, solo intimidazione, solo le minacce di rimanere in Campania, senza neanche la possibilità di raggranellare mezzo stipendio. Il sistema degli appalti legati al clan dei casalesi, al boss Michele Zagaria (camorrista che viene considerato il "re del cemento" a livello nazionale. I suoi interessi, negli appalti pubblici e non, partono dalla Campania per estendersi fino al Lazio, Toscana, Umbria, Abruzzo, Lombardia ed Emilia-Romagna), era ben oliato e stava funzionando, grazie alla complicità di alcuni imprenditori aquilani. Personaggi molto noti in città che si sarebbero compromessi con la certezza di guadagnare il 30% dell’appalto. Senza fare nulla. La Guardia di Finanza ha eseguito sette ordinanze di custodia cautelare, quattro in carcere e tre ai domiciliari, nei confronti di imprenditori impegnati nella ricostruzione post terremoto all’Aquila, nell’ambito dell’operazione «Dirty job». E di lavoro sporco, dove potersi sporcare, dove sporcare l’impegno degli aquilani a risollevarsi dalle macerie e da oltre trecento morti, ce ne era davvero parecchio. I provvedimenti, emessi dal gip Marco Billi, riguardano una lunga indagine sull’infiltrazione dei Casalesi nei cantieri della ricostruzione degli edifici privati danneggiati dal sisma. Gli imprenditori coinvolti nella vicenda sono i fratelli Dino e Marino Serpetti, Alfonso, Cipriano e Domenico Di Tella, oltre all’ex presidente dell’Aquila Calcio, Elio Gizzi, tutti e sei aquilani; l’ultimo è Michele Bianchini, di Avezzano. In carcere sono finiti i tre Di Tella e Bianchini. Ai domiciliari i due Serpetti e Gizzi. Sono accusati, a vario titolo, di estorsione aggravata dal metodo mafioso, intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro. Contestualmente agli arresti gli uomini della Guardia di Finanza hanno eseguito decine di perquisizioni nei confronti di imprenditori coinvolti nella vicenda nelle province dell’Aquila, Caserta e Roma. «La vera forza delle mafie sta fuori dalle mafie, in quella zona grigia che le circonda, e assume rapporti a scopo di profitto», ha detto il procuratore nazionale antimafia, Franco Roberti, nel corso della conferenza stampa. «Oggi - ha aggiunto Roberti - non parleremmo di infiltrazioni se non ci fossero alcune imprese che, dopo aver acquisito dei lavori, li hanno appaltati in toto alle imprese criminali tramite i Di Tella». Parlando delle norme sulla ricostruzione privata Roberti ha detto: «L'insufficienza dei controlli è stata agevolata da un quadro normativo molto debole non affidato a norme vincolanti ma a linee guida puntualmente disattese». Un asituazione da affrontare con urgenza. «Nel prossimo ufficio di presidenza proporrò una missione della Commissione Antimafia in Abruzzo e la costituzione di un gruppo di lavoro che si concentri sulla presenza delle mafie a Roma e nell’Italia centrale, che non si può più sottovalutare», ha annunciato Rosy Bindi, presidente della Commissione Antimafia, «Ringrazio la magistratura e la Guardia di Finanza per il lavoro certosino e continuo, mi tranquillizza che il sistema immunitario funziona. È una grandissima fatica, ma è arrivato il momento di aumentare la prevenzione attraverso regole, visto che sulla ricostruzione privata c’è una deregulation sulla quale non si è voluto mettere le mani, motivo di contrasto con Trigilia (il ministro del Governo Letta con delega alla ricostruzione dell’Aquila ndr) quando chiedevo controlli». A sostenerlo è stato il sindaco dell’Aquila, Massimo Cialente, commentando l’operazione della Gdf. «Da mesi - ha aggiunto Cialente - ho segnalato le commesse che vengono vendute, adesso è arrivato il momento di fissarle perché per colpa di qualcuno che dice che i rapporti sono privati, ma i soldi pubblici, l’Italia ha il sospetto che qui siamo tutti banditi. Chiedo la collaborazione dell’Ance nazionale e aquilana per dimostrare che sono fatti isolati. Dopodiché la giustizia fa il suo corso. Ho denunciato di nuovo i sospetti sulla ricostruzione aquilana - ha concluso - l’opposizione in Comune ha parlato di offesa ai cittadini e come al solito non ha capito niente».
L’ombra dei Casalesi nei cantieri dell’Aquila
Ricostruzione inquinata: sette arresti nel capoluogo abruzzese Gli operai assunti dovevano riversare mezzo stipendio ai clan