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Annamaria Franzoni ai domiciliari

Il Tribunale di Sorveglianza di Bologna accoglie la richiesta dei legali della donna condannata a 16 anni di carcere per l'omicidio del figlio

Da oggi Annamaria Franzoni, la mamma di Cogne condannata per l'omicidio del figlio Samuele Lorenzi, potrà tornare a casa: il Tribunale di Sorveglianza di Bologna le ha infatti concesso i domiciliari. È l'ultimo atto di una lunga vicenda giudiziaria, iniziata dopo l'omicidio del piccolo Sammy. Determinante per l'ammissione alla detenzione domiciliare è stata l'integrazione alla perizia psichiatrica su Annamaria Franzoni in cui si esclude il rischio di recidiva. Il provvedimento dei giudici della sorveglianza è immediatamente esecutivo quindi la donna uscirà quanto prima dal carcere della Dozza di Bologna dopo le formalità burocratiche del caso. Nella perizia, redatta dal professore Augusto Balloni (perito del tribunale) si parlava di una residuale pericolosità sociale (non specifica ma generica) che può comunque essere contenuta grazie all'apporto della famiglia e con una terapia psichiatrica di sostegno. La mamma di Cogne era in carcere a Bologna dal 2008. Alcuni mesi fa era stata ammessa al lavoro esterno in una cooperativa sociale di una parrocchia della città e aveva anche usufruito di permessi per tornare nella casa sull'Appennino bolognese dove vivono il marito e i due figli.   I giudici: costante preoccupazione per i figli. Anna Maria Franzoni, nel corso della sua storia carceraria ha manifestato "una costante preoccupazione per i figli che erano abituati alla sua costante presenza": è un passaggio dell'ordinanza con cui il tribunale della sorveglianza di Bologna ha concesso la detenzione domiciliare alla mamma di Cogne condannata per l'uccisione del figlioletto Samuele. La donna "si è inoltre posta il problema di conciliare il ruolo di madre con i vincoli detentivi e così - hanno rilevato i giudici - ha cercato in ogni modo di garantire ai figli la propria presenza e di seguire da vicino i loro cambiamenti evolutivi". Per il tribunale della sorveglianza, poi, "il lavoro in carcere e' stato motivo di stimolo per porsi in relazione con le altre detenute" e "lo stato ansioso-depressivo della donna è stato soltanto in parte contenuto con l'assunzione di farmaci ed il sostegno psicologico, in quanto il pensiero e' costantemente rivolto alla famiglia". Quindi con il passare del tempo la detenuta "ha imparato a contenere i sentimenti di tristezza e l'ansia non piu' con gli psicofarmaci ma con l'inserimento in attivita' trattamentali all'interno dell'istituto penitenziario". Dall'ottobre 2013, poi, la Franzoni e' stata ammessa al lavoro esterno al carcere. Per quanto riguarda il primo periodo alla Dozza, fin dall'inizio della sua carcerazione "la donna ha costantemente manifestato il desiderio di essere aiutata ad uscire dalla sensazione di disperazione con cui si e' trovata a convivere". Tematiche ricorrenti affrontate sono state quelle della "ferma volonta' della detenuta di esternare la propria innocenza rispetto al reato e, soprattutto - scrivono i giudici - l'immenso dolore per la lontananza dei due figli e del marito, fulcro della propria esistenza". Il tribunale della sorveglianza, inoltre, ha definito "significativo" durante la detenzione il supporto assicurato alla famiglia dai nonni paterni. In generale, e' stato rilevato nella perizia sulla Franzoni, si e' di fronte ad un contesto familiare coeso e compatto. La famiglia e' stata, quindi, individuata come una struttura di protezione, aiuto e supporto per la Franzoni. Infine, il rischio di recidiva, esaminato in particolare nel supplemento allo studio redatto dal professor Augusto Balloni, e' stato escluso perche' (dopo numerosi test) e' stato risultato pari a quello che puo' essere riscontrato in un qualunque altro cittadino.

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