Sono divisi su due tesi i concittadini della piccola Yara Gambirasio: colpevolisti o innocentisti ma tutti, o quasi, sono rimasti spiazzati dalla notizia che l’omicida di quella ragazzina così tranquilla possa essere della bergamasca. Qualche migliaio di anime sparpagliate a pochi metri dalla statale che collega Bergamo con Milano, Brembate di Sopra è un paesino come ce ne sono tanti da queste parti. File e file di capannoni industriali (molti dei quali chiusi e con i cartelli «in vendita» ben esposti, dopo una crisi economica feroce che nella produttiva Lombardia ha fatto più danni che altrove) che si alternano a centri benessere e agli immancabili centri commerciali semi vuoti. E poi case basse e ben fatte in un ambiente pulito e ordinato al limite della maniacalità. Una comunità piccola e compatta che era certa che nessuno del posto potesse avere avuto la ferocia di fare ad una tredicenne quello che è stato scoperto dagli inquirenti. Troppo difficile pensare che il «mostro» possa avere bevuto il caffè tutte le mattine nel bar sotto i portici; troppo duro da digerire il pensiero che un uomo «normale» padre di tre figli, che tutti i giorni si alzava all’alba per andare nei cantieri a lavorare da muratore, così come fanno centinaia di abitanti del comprensorio, possa essersi macchiato di un crimine così orribile. Molto più semplice pensare che il mostro fosse di fuori, magari un extracomunitario come nel caso del primo indagato che, si seppe qualche giorno dopo, con la morte della giovane ginnasta non aveva proprio nulla a che fare. Roccaforte della Lega, il teatro dell’ennesima tragedia diventata nazionalpopolare, è a due passi dal «prato sacro» di Pontida, quello per intenderci dove tutte le estati il Senatùr Umberto Bossi raccoglieva migliaia di simpatizzanti con elmi sovrastati da corna e armature che scimmiottano i cavalieri del passato, che chiedevano di essere, come riportato su un murales gigantesco che si affaccia sulla strada statale «padroni a casa nostra». «La gente di qui non fa queste cose – dice un signore anziano che sorseggia un bianco mentre aspetta di andare a pranzo – siamo brave persone tanto che sono stati in tanti nel corso delle indagini durate quasi quattro anni, a tentare di aiutare gli inquirenti con segnalazioni e spunti ritenuti utili. Certo poi tutte le segnalazioni fatte si sono dimostrate inutili e le prove sembrano inguaiare Bossetti, ma credere che sia stato davvero lui è difficile». Il leit motiv è sempre uguale: «Non ci credo, ma se è vero è una mela marcia e dal carcere non ci deve più uscire». A Mapello, pochi chilometri dal paesino abitato dalla famiglia Gambirasio, dove abita la famiglia del presunto assassino, la musica non cambia: nel bar, tra macchinette di videopoker e spritz che vanno via uno dietro l’altro, nessuno ha voglia di parlare del caso che ha catturato l’attenzione di tutti i media del paese accendendo i riflettori su questo spicchio di Italia silenzioso e produttivo. I giornalisti poi sono visti come il fumo negli occhi. Risalendo lungo la strada che taglia in due Mapello, in una via stretta stretta, la casa del presunto assassino messa sotto sequestro dagli inquirenti, che stanno passando al setaccio tutti gli elementi possibili nella speranza di trovare ulteriori elementi in grado di convalidare la prova del Dna rinvenuta sugli indumenti intimi della piccola ginnasta. «Lo vedevo tutti i giorni uscire presto la mattina con il furgone – dice una vicina di casa, e poi lo vedevo rientrare di sera. Era un tipo abitudinario, io non ci credo che ha fatto tutto quello che si sente in giro».
Bossetti, il paese lo difende: "Non può essere lui"
I cittadini di Mapello convinti che l’assassino sia "uno che viene da fuori". Chi lo conosce lo descrive come un grande lavoratore attento ai figli
