Santità, seguo con la dovuta attenzione e da cattolico osservante le iniziative che Lei, con grande determinazione, dedica al problema della pedofilia, troppo spesso presente nel mondo ecclesiale. E sono il primo a ritenere che si tratta di una piaga che fa molto male alla Chiesa, anche se il fenomeno è molto più circoscritto di quanto l’informazione spesso non faccia apparire. Ma, dovendo provenire l’esempio da sacerdoti e religiosi, è logico e giusto che anche situazioni isolate facciano rumore. Ciò serve a rendere meglio comprensibile il loro carattere isolato e al tempo stesso, contribuisce ad esaltare la purezza dei più. Sono alle prese, nella mia professione di avvocato, con una vicenda che mi ha sconvolto e che continua a tormentarmi sul piano morale, soprattutto per la insensibilità, la arroganza e la protervia di chi, appartenente ad un prestigiosissimo Ordine Religioso, dovrebbe praticare quanto meno la comprensione e la vicinanza. Recentemente è stato rinviato a giudizio un prete appartenente della Congregazione dei Chierici Regolari di Somasca per aver brutalmente abusato di un bambino da quando aveva otto anni e per averlo soggiogato fino a farlo diventare amante e strumento di sfogo sessuale per oltre dieci anni. Dieci lunghissimi anni in cui il bimbo, l’adolescente e persino l’adulto non ha mai avuto il coraggio, la forza di ribellarsi. Aggiungo, perché il quadro sia completo, che questo prete, che continua a dire Messa, si era insinuato nella famiglia del bimbo, dell’adolescente, dell’adulto in maniera talmente ipocrita che mai i genitori hanno avuto il minimo sentore di quel che accadeva. Erano gli stessi genitori che incoraggiavano la vicinanza della creatura al prete, ritenendo che potesse trarne vantaggio nella educazione cristiana e nella cultura, trattandosi di una famiglia di onesti ed umili lavoratori. La vicenda è venuta alla luce giacchè il ragazzo, essendo rimasto tarato mentalmente per effetto della succubanza di dieci anni e vivendo una situazione di grande disadattamento interiore e sociale, ha tentato il suicidio e fu fortunatamente raccolto dalle Forze dell’Ordine in un fiume in cui si era gettato. Hanno fatto seguito le procedure giudiziarie presso una attentissima magistratura romana. Il chierico è stato incriminato ed ora è rinviato a giudizio. In questa sede è mia intenzione segnalare la posizione incomprensibile, prima di tutto dal punto di vista cattolico, assunta dalla Congregazione la quale si è solo preoccupata di tutelare il chierico e di renderlo totalmente estraneo alla vicenda processuale: mai presentatosi, sempre avvalsosi della facoltà di non rispondere, mai un contatto di vicinanza, di richiesta di perdono verso il ragazzo o verso la famiglia. Egli è stato affidato alle cure legali di un celebre avvocato, il cui obiettivo pare essere soltanto, con riferimento agli abusi praticati sul bimbo prima dei dieci anni di età, la prescrizione dei crimini e quindi la totale impunità. In questo contesto, il prete continua a fare il prete e la Congregazione continua a fare la Congregazione: secondo la logica dei sepolcri imbiancati. Il ragazzo ha oggi una vita distrutta perchè svuotato dentro, incapace di rapporti sociali normali, incline all’isolamento, pieno di tristezza: è davvero impossibile pensare ad una sua normalizzazione, sempre che il Buon Dio non ci voglia mettere la mano. Mi rivolgo a Lei, Santità, perchè, vedendoLa sensibile alla emblematicità, mi auguro anche sotto il profilo sanzionatorio pur con l’apertura al perdono dell’imperdonabile, Ella voglia dimostrare in questa vicenda concreta, piagata dal dolore e dalla sofferenza, che la Chiesa è cambiata e vuole cambiare cominciando a spretare questo personaggio ed a pregare per questa creatura da lui massacrata. Non ho fatto né nomi né cognomi, Santità, perché anche questa mia esternazione mostri finalità morali e cattoliche al di fuori di obiettivi esibizionistici o di speculazioni di altra natura, ma sono a disposizione per uscire dal riserbo. Voglio concludere riportando uno stralcio della imputazione sollevata contro il prete: “in molteplici circostanze, quale religioso con abuso di autorità derivante dalla sua posizione di precettore e padre spirituale, avendo ricevuto dai genitori in affidamento il minore per ragioni di educazione ed istruzione, ed anche con violenza consistita nel prendere con la forza la mano del predetto portandolo sui suoi organi genitali, nell’afferrare il capo dello stesso, così da costringerlo a praticare rapporti orali e comunque nel sovrastarlo fisicamente e psicologicamente tanto da vincerne le resistenza, costringeva la citata persona offesa a compiere e subire atti sessuali reciproci di masturbazione, congiunzioni orali e penetrazioni anali”. Con fede e deferenza.
La Chiesa mostri che è cambiata. Chi abusa un minore va spretato
di Carlo Taormina LEGGI ANCHE Sacerdote a giudizio: usò violenza per 11 anni
