Attualità

I veleni della curia di Terni tra debiti e speculazioni

Monsignor Paglia ha lasciato la diocesi con un'esposizione di parecchi milioni. Oggi la nomina del nuovo vescovo Giuseppe Piemontese

Con l’odierna consacrazione episcopale di Giuseppe Piemontese finisce il periodo di amministrazione apostolica, una sorta di commissariamento, della diocesi di Terni. Un periodo iniziato con la nomina di mons. Vincenzo Paglia, vescovo della Chiesa ternana dall’aprile del 2000, a presidente del Pontificio consiglio per la famiglia nel giugno 2012. Mons. Paglia rimase amministratore apostolico fino al febbraio 2013, quando gli subentrò mons. Ernesto Vecchi, in carica fino ad oggi. Perché tanta attenzione per la nomina del vescovo di una diocesi tutto sommato piuttosto piccola? Perché l’indebitamento della curia è uno dei più alti d’Europa. Come ha confermato mons. Vecchi, supera di gran lunga i 20 milioni. Anche se il presule non ha fornito cifre precise, si parla di una somma che si avvicina ai 28 milioni di euro. E con questo macigno, che di fatto rischia di paralizzare le attività della diocesi, dovrà fare i conti mons. Piemontese, francescano, già custode del Sacro Convento di Assisi e rettore della basilica di S. Francesco, poi guardiano del convento e rettore del santuario di S. Giuseppe da Copertino. Una scelta in linea con la visione di Papa Francesco. «Abbiamo affrontato questa situazione secondo gli orientamenti della S. Sede - spiega mons. Vecchi, che non ha mai nascosto le difficoltà - Non si può certo dire che sia risolta ma è stata impostata una soluzione. C’è un prestito infruttifero concesso dallo Ior, che va restituito ma ci permette di non sottostare alle grinfie delle banche (12,5 milioni in 10 anni, circa 100.000 euro al mese, ndr). La strada sarà lunga ma la soluzione è stata individuata». Ma come si è arrivati a tutto questo? A Terni molti pensano che proprio mons. Paglia sia responsabile, se non altro morale, di questo dissesto. «È una follia - ribatte l’arcivescovo - il problema è risolto e comunque è tutta una montatura messa su apposta». Tutto chiaro? «Tutto chiarissimo». Anche sulla questione dell’acquisto del castello di San Girolamo a Narni, vicenda per la quale l’anno scorso sono finiti in carcere l’ex dirigente tecnico della diocesi Luca Galletti e l’ex dirigente amministrativo della Curia, Paolo Zappelli, insieme a un dipendente del Comune umbro? «Quella è un’altra faccenda - spiega mons. Paglia - Non sono stati usati fondi della diocesi». Non la pensa così uno degli indagati, Paolo Zappelli: «Il castello fu messo all’asta dal Comune e acquistato da noi per conto terzi - racconta l’ex direttore di banca - Io con la mia pensione, per quanto discreta, non ho mai avuto certe velleità. Certamente i soldi li ha messi anche un imprenditore (Sandro Citarei, titolare della Ciam, ha detto di aver versato 400.000 euro, come "opzione" sui previsti lavori di ristrutturazione, ndr) ma c’erano anche fondi della diocesi». Su quest’ultima affermazione sarà la magistratura a fare piena luce. Ma come si è arrivati a una situazione debitoria così esplosiva? «Io da un anno e mezzo non lavoro più in diocesi - spiega Zappelli - c’ero stato nei due anni precedenti (come economo, ndr) e per quanto mi risulta il debito era dovuto a investimenti fatti negli ultimi 10 anni. Ricordo che il patrimonio immobiliare ammontava a circa 60 milioni di euro. Poi la crisi ha causato problemi di esposizione con le banche». Ma perché questo patrimonio non è stato dismesso? «È stata la prima cosa che ho detto quando sono arrivato in consiglio: vendere una parte degli immobili avrebbe risanato la situazione. Purtroppo con la crisi non abbiamo trovato acquirenti». Ma a Terni sono in molti a pensarla diversamente. Non c’è solo l’«affaire» del castello di Narni, su cui si è concentrata l’inchiesta del pm Elisabetta Massini. Tante situazioni, anche se lecite, non sono affatto chiare. Per esempio la vendita di un terreno in via Bramante, ceduto a 450.000 euro quando c’era una precedente offerta di 880.000 euro presentata da un imprenditore che era anche pronto ad alzarla. Oppure il caso dell’ex istituto delle Orsoline. Costruito su un terreno donato dalla famiglia Eustachi, con il preciso vincolo di destinarlo a un’opera per l’insegnamento, fu ceduto nel 2003 dalle suore di Parma all’Istituto per il sostentamento del clero, ad un prezzo (1,5 milioni circa) inferiore a quello di mercato a patto di effettuare lavori di ristrutturazione. In realtà i lavori non furono mai effettuati e appena tre giorni dopo il pagamento dell’ultima rata alle suore lo stabile fu rivenduto a un imprenditore per meno di 2 milioni, con guadagno per l’Isdc inferiore ai 300.000 euro. L’edificio fu abbattuto e al suo posto è sorto un complesso residenziale e commerciale, con una perdita anche sul piano pedagogico per la città. La Chiesa ternana deve confrontarsi con una realtà storicamente «rossa» e anticlericale. Ma tra i suoi fedeli queste vicende hanno destato forti perplessità. In particolare per il discusso geometra Galletti, intorno al quale ruotano molte società immobiliari, alcune delle quali avevano addirittura la sede nel palazzo vescovile. La situazione era già stata portata all’attenzione dei vertici del Vaticano, fin dal 2012, con lettere ai Pontefici, incontri con il nunzio mons. Bernardini, con l’allora Segretario di Stato Bertone, con l’ex prefetto della Congregazione per il clero Piacenza. Ma c’è anche chi sostiene che mons. Paglia sia rimasto vittima dei «complotti» orditi dalle varie cordate in Vaticano. Oggi l’arcivescovo, che ha sempre ribadito di non essere indagato, concelebrerà insieme al cardinale Bassetti e a mons. Vecchi l’ordinazione episcopale di mons. Piemontese. Terni, insieme al nuovo vescovo, aspetta che sia fatta piena luce su speculazioni immobiliari che nulla hanno a che vedere con la missione pastorale.

Commenti

I commenti non sono al momento disponibili e saranno ripristinati non appena possibile. Grazie per la pazienza.