Decine di milioni di euro distratti dalle gigantesche cifre che gravitano attorno al progetto del Mose per salvaguardare la città di Venezia e girati - attraverso San Marino e la Svizzera - su fondi neri, prima di tornare, sotto forma di finanziamenti a partiti (sia di destra che di sinistra) e a singoli politici (anche in questo caso sia di destra che di sinistra) che poi si attivavano per sbloccare ulteriori somme e garantire alla cricca appalti succulenti. L’inchiesta della Procura di Venezia che ha portato agli arresti di 35 persone (tra loro anche il sindaco di Venezia eletto in quota Pd, Giorgio Orsoni e l’assessore regionale alle infrastrutture, eletto nelle file del Popolo delle libertà, Renato Chisso) ha scoperchiato un giro di malaffare che comprende, a vario titolo, anche l’ex ministro Giancarlo Galan (indagato per il periodo in cui era Governatore del Veneto e sulla cui richiesta d’arresto presentata dai magistrati veneziani si dovrà esprimere la giunta per le autorizzazioni della Camera), il generale della guardia di finanza in pensione Emilio Speziante e l’europarlamentare uscente di Forza Italia, Amalia Sartori. E ancora due ex presidenti del magistrato alle acque (emanazione diretta del ministero delle infrastrutture), Patrizio Cuccioletta e Maria Giovanna Piva, il consigliere regionale del Partito democratico Gianpiero Marchese, gli imprenditori Franco Morbiolo e Roberto Meneguzzo, fino al consigliere politico dell’allora ministro dell’economia Giulio Tremonti, Marco Milanese per cui il Gip ha respinto la richiesta d’arresto. Una girandola di nomi «eccellenti» per un’inchiesta nata tre anni fa, quando gli inquirenti erano venuti a capo di un giro di fondi neri che Giorgio Baita l’ex manager della Mantovani, una delle aziende impegnate in prima fila per la costruzione delle barriere mobili del Mose (il sistema di dighe che, al costo di oltre cinque miliardi di euro, dovrebbe salvaguardare la città lagunare dal fenomeno dell’acqua alta) avrebbe sottratto dai fondi pubblici stanziati per la costruzione dello stesso Mose, depositandoli in alcuni fondi neri che erano stati riciclati grazie ad una finanziaria compiacente di San Marino, uno dei numerosi paradisi fiscali presenti sul territorio europeo. Corruzione, finanziamento illecito ai partiti, violazione del segreto istruttorio, millantato credito e favoreggiamento personale le ipotesi d’accusa formulate dai pubblici ministeri veneziani che, con l’operazione di ieri, hanno sequestrato beni per oltre 40 milioni di euro. «Abbiamo accertato che il sistema - ha detto durante la conferenza stampa il generale Buratti - ha prodotto, attraverso triangolazioni con società estere con sedi in Svizzera e San Marino, 25 milioni di euro di fondi neri. Si trattava con questo filone d’indagine di accertare la destinazione di questi fondi e le responsabilità soggettive. È stato realizzato – ha concluso il militare - un sistema nel quale venivano emesse fatture per operazioni inesistenti non per evadere il fisco ma appunto per creare fondi neri». Nel corso della conferenza stampa Buratti ha sottolineato che «non si tratta solo di dazioni di denaro connesse a fatti specifici, ma di un fatto sistematico e continuativo». «Gli elementi in comune di questa vicenda con il passato sono una spartizione equivalente di risorse tra le varie forze politiche di destra e di sinistra e la constatazione che la madre della corruzione, 20 anni fa come oggi, non è solo l’avidità umana, ma appunto la complessità delle leggi. Se devi bussare a cento porte invocando cento leggi diverse per ottenere un provvedimento è quasi inevitabile che qualcuna resti chiusa e qualcuno ti venga a dire che devi imparare a oliarla». Lo ha detto il procuratore aggiunto di Venezia, Carlo Nordio, nel corso della conferenza stampa sulla tangentopoli veneziana legata ai lavori del Mose. «Al di là dell’inchiesta - ha sottolineato il magistrato - voglio ricordare quanto scrissi già 15 anni fa: una delle cause della corruzione deriva dalla farraginosità delle leggi, dal numero delle leggi e dalla loro incomprensibilità, e da una diffusione di competenze che rende difficile individuare le varie responsabilità». E ancora: «La Procura di Venezia non ha nessuna intenzione di interferire nei lavori per la realizzazione del Mose». Il procuratore capo di Venezia Luigi Delpino e il procuratore aggiunto Carlo Nordio mettono a tacere ogni possibile lettura politica dell’indagine che ha decapitato l’organizzazione illecita infiltrata nei lavori per le dighe mobili.
Venezia, soldi a tutti. Arrestati in 35 Galan rischia la cella
Decine di milioni di euro distratti dalle gigantesche cifre che gravitano attorno al progetto del Mose e girati su fondi neri