«Non sono un terrorista, io sono un guerrigliero. Sono rimasto ferito nei combattimenti a nord di Aleppo, in Siria, e quindi non sono più abile come mujahed, avendo subito la rottura di alcuni tendini. Per scelta ho voluto dedicarmi alla Dawa (predicazione, ndr), come primo passo per indottrinare nuove reclute per la guerra santa». Mahmoud (nome di fantasia, ndr), siriano 37 anni, è in Italia da qualche mese. Ha combattuto nelle fila del gruppo dell’Isil (Stato islamico dell’Iraq e del Levante) contro le truppe di Bashar Al Assad. Dopo il ferimento è arrivato nel nostro Paese attraverso le rotte del Mediterraneo. È considerato un veterano dalla comunità islamica radicale, che lo venera per aver combattuto la jihad contro i "miscredenti". Attraverso altri arabi che hanno garantito per noi, alla fine lo abbiamo intercettato in una tavola calda mediorientale alla periferia sud-est di Roma. Lui, però, estremista islamico, non parla con le donne, meno che mai con quelle occidentali. Durante tutta l’intervista, infatti, è di spalle. Riusciamo appena a intravedere il profilo e mai possiamo rivolgere domande dirette. Lo notiamo gesticolare, a volte con la mano destra e l’indice alzato, alla maniera islamica, ma i movimenti paiono innaturali e faticosi. Anche se non si volterà mai verso la sua interlocutrice, il consiglio è quello di presentarci all’appuntamento con il capo coperto e con abiti "adeguati". Rispettiamo i patti. Mahmoud parla solo siriano e conosce solo qualche vocabolo di italiano. Così ci affidiamo all’interprete arabo che traduce domande e risposte. È tarda sera, il locale è semivuoto e nell’aria risuonano melodie mediorientali. Mahmoud parla quasi sottovoce, lentamente. Il tono e la cadenza ricordano quelli dei predicatori, mentre sussurrano versetti del Corano nelle orecchie delle nuove leve. Come e quando è arrivato in Italia? «Sono stato portato qui attraverso le rotte del Mediterraneo. Una volta giunto a Roma, tramite connazionali, ho ottenuto documenti falsi ed una sistemazione decorosa». Perché ha deciso di lasciare la Siria? «Dopo il ferimento durante i combattimenti contro le truppe di Bashar Al Assad, non potevo più dedicarmi alla causa come avevo fatto fino a quel momento. Così ho deciso di continuare il mio percorso per servire Allah e dedicarmi alla predicazione per preparare nuove reclute per la guerra santa. Durante un bombardamento degli aerei del regime ho perso anche moglie e figlio». Perché ha scelto l’Italia? «Ho scelto l’Italia poiché è più facile "sistemarsi" confondendosi tra i clandestini. Al momento non considero il vostro Paese un nemico, ma se si mostrerà politicamente favorevole al governo siriano, potrà diventare anch’esso un obiettivo da colpire». Pensa di tornare un giorno nel suo Paese? «In Siria tornerò solo se verrà instaurato uno Stato islamico, con la vittoria dei mujaheddin». Prima che scoppiasse la guerra cosa faceva in Siria? «Lavoravo come elettricista. Questa attività mi ha facilitato anche nel confezionamento di alcuni ordigni usati conto l’esercito siriano». Ha conosciuto europei convertiti che hanno combattuto in Siria? «Si, ne ho conosciuti alcuni che hanno combattuto anche al mio fianco». Anche italiani? «Sì, anche alcuni italiani». Ora a Roma qual è la sua attività? Frequenta le moschee della Capitale? «Sì, frequento una moschea, ma la mia opera è quella della predicazione itinerante. Quindi non è detto che rimarrò sempre in questa città». Dove potrebbe spostarsi e perché? «In altre città d’Italia o anche in altri Stati europei. Allah è grande e misericordioso e mi indicherà la via». Come fa a vivere? Ha un lavoro? «Il gruppo di cui faccio parte mi invia mensilmente una somma di denaro per sopravvivere. Questo è il frutto del mio coraggio in combattimento e nella fede nell’ideale islamico».
«Io, jihadista alla periferia di Roma»
Parla un «guerrigliero» siriano, oggi «riciclato» tra i predicatori della Capitale: «Sono arrivato con un barcone e ho subito trovato documenti falsi. Tanti come me»