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I cinesi non credono all’incidente aereo

A Pechino i manifestanti urlano: «Bugiardi, assassini»

Il presidente cinese Xi Jinping manderà un inviato speciale a Kuala Lumpur per consultarsi con il governo malese sullo schianto del volo MH 370. Pechino vuole la verità sul disastro aereo che ha coinvolto il Boeing 777 della Malaysia Airlines. Non solo perché 153 dei 227 passeggeri a bordo erano cinesi ma soprattutto perché chi ha fatto «scomparire» dai radar un gigante dell’aria come il B777, può farlo ancora. All’ipotesi che il volo Kuala Lumpur-Pechino sia finito nell’Oceano Indiano, come annunciato lunedì dal primo ministro malese Mohammad Najib Abdul Razak, la Cina non sembra credere troppo. Almeno finché non ci saranno prove. Non è stato ancora accertato che i detriti avvistati a 2.500 chilometri dalla costa occidentale dell’Australia appartengano al jet svanito l’8 marzo. Il premier cinese Li Keqiang ha chiesto ieri alla Malesia di «fornire informazioni più dettagliate e accurate» e ha espresso solidarietà ai familiari dei dispersi che sono andati a protestare davanti all’ambasciata malese a Pechino. Due autobus di poliziotti sono stati inviati a mantenere l'ordine. I manifestanti li hanno attaccati, urlando «bugiardi, assassini!». Per evitare che la situazione degenerasse sono state chiuse le strade intorno alla rappresentanza diplomatica per permettere una marcia dei parenti dei passeggeri che hanno issato cartelli e striscioni e indossato magliette con slogan contro le autorità malesi, colpevoli a loro dire di non aver fornito informazioni utili, di aver ritardato le ricerche del volo MH 370 e di aver distorto le informazioni. A rallentare le ricerche c’è il maltempo e il ciclone Gillian che stanno imperversando sull’oceano. Gli Stati Uniti hanno inviato anche un drone, un aereo senza pilota che riprenderà da vicino, con potenti telecamere, i detriti avvistati per cercare di capire se possa trattarsi di parti del B777 in attesa che la tempesta cessi e le navi dei soccorritori possano issarli a bordo ed esaminarli. Nel frattempo a Kuala Lumpur la polizia, attraverso l’ispettore generale Tan Sri Khalid Abu Bakar, ha spiegato ai cronisti affamati di novità che non può rilasciare dichiarazioni perché «rischiano di compromettere le indagini in corso». E si è limitata a confermare che le ipotesi per la scomparsa del Boeing restano: dirottamento, sabotaggio e problemi psicologici che possono aver condotto uno e entrambi i piloti a suicidarsi facendo precipitare il velivolo. «Stiamo ancora esaminando il simulatore di volo che il comandante dell’aereo Ahmad Shah Zahrie si era costruito in casa», si è limitato a dire Khalid Abu Bakar. Sul simulatore pare siano state trovate cinque piste nell’Oceano Indiano, tre in India e Sri Lanka, una alle Maldive e l’altra alle isole Chacog dove Zahrie si esercitava ad atterrare perché ritenute «difficili» e lui, pilota di lungo corso con 18mila ore di volo alle spalle, amava le sfide. Soltanto un gioco oppure si preparava a dirottare il jet? Difficile dare risposte. Attraverso l’analisi incrociata dei segnali captati dai satelliti della rete Inmarsat, utilizzando l’effetto Doppler e tenendo conto della propagazione delle onde, l’Air Accident Investigation Branch è riuscito a stabilire che l’ultimo «bip» percepito alle 8.11 di sabato 8 marzo dimostrerebbe che il B777 si trovata sull’Oceano Indiano. Con la prua rivolta verso sudovest. Dopo aver spento (all’1.19 e cioè 48 minuti dopo il decollo) il trasponder e i sistemi che permettono di individuarne la posizione. A bordo c’era quindi qualcuno che voleva sfuggire ai radar. Per andare dove? Tutto farebbe pensare ad un approdo d’emergenza alle Maldive oppure nella base militare americana che si trova proprio alle Chagos. C’è chi parla di un attacco fallito a Diego Garcia e del jet abbattuto dai missili statunitensi. Evento che nessuno conferma ma nemmeno smentisce e che avrebbe fatto nascere un problema diplomatico con la Cina.

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