Diciassette anni di carcere per ognuno dei tre carcerieri: questa la richiesta di condanna della procura capitolina nei confronti di Guerino Casamonica, Romolo Di Silvi e Alfredo Di Silvio che ad inizio marzo del 2011 sequestrarono a scopo di estorsione gli imprenditori (entrambi con qualche precedente legato al possesso di droga) Massimo Ciampa e Victor Manuel Ramirez Montana. Una storia complicata quella del sequestro «lampo» dei due imprenditori cinquantenni: una storia che ha finito con il coinvolgere anche due esponenti delle forze dell’ordine (l’appuntato scelto delle Fiamme Gialle Christian Pace e il carabiniere Saverio Maria Ranaldi, per i quali il pubblico ministero Sabelli ha chiesto una condanna a otto mesi di carcere con l’accusa di «omessa denuncia del sequestro di persona») e una delle stesse vittime, il romano Massimo Ciampa, per cui la procura ha chiesto la condanna a un anno e sei mesi di reclusione. Ciampa infatti, interrogato dagli inquirenti subito dopo la liberazione degli ostaggi, aveva reso dichiarazioni false «ommettendo di riferire sul proprio sequestro, sulla richiesta di denaro rivoltagli come prezzo della liberazione e sull’origine delle lesioni da lui riportate». Di più, l’ex sequestrato giustificò la sua presenza nell’appartamento di Anagnina, spacciandolo come una normale visita ad amici «per scambiare due chiacchiere e bere un caffè». Una storia paradossale che era iniziata nei primi giorni di marzo 2011 quando i tre imputati principali del procedimento «in concorso tra loro e con l’uso delle armi, sequestravano Ciampa e Ramirez Montana, allo scopo di ottenere dai medesimi, come prezzo della liberazione, il versamento di una somma di denaro quantificabile in almeno 20-30 mila euro». All’origine del sequestro di persona ci sarebbe un debito vantato dagli imputati (gravitanti nel clan dei Casamonica) nei confronti dei due rapiti: e così un debito che non sarebbe stato saldato diventa pretesto per un salto indietro nel tempo, agli anni bui della stagione dei sequestri di persona. Secondo l’ipotesi dell’accusa, Ciampa e Ramirez sarebbero stati avvicinati dagli imputati che, dopo averli caricati in auto, li avrebbero trasportati in un appartamento di via Maso Finiguerra, e lì, dopo averli picchiati e minacciati con una pistola, avrebbero preso contatti con i parenti delle vittime per ottenere il denaro. Dalle indagini è infatti emerso che i sequestratori avrebbero fissato per telefono un appuntamento con i parenti dei sequestrati. Incontro a cui parteciparono anche le vittime: furono loro stessi, con i volti tumefatti dalle botte (Ciampa aveva subito addirittura la frattura della mascella e del naso durante il pestaggio) a chiedere il riscatto per i propri aguzzini. Un incubo durato tre giorni e interrotto solo grazie al blitz dei carabinieri che fecero irruzione nell’appartamento di Anagnina che ospitava sequestrati e sequestratori e che potrebbe concludersi con condanne pesantissime.
E lo stesso clan sta dietro al sequestro lampo di due imprenditori
Diciassette anni di carcere per ognuno dei tre carcerieri: questa la richiesta di condanna della procura capitolina nei confronti di Guerino Casamonica, Romolo Di Silvi e Alfredo Di Silvio che ad...
