«Quei rendiconti sono... tu lo sai... sono fasulli... che ci siano troppe ore... non sei convinto che ci siano troppe ore....di formazione nel sistema siciliano!? E che ci siano molti allievi che non li hanno?». È solo la prima di una serie di intercettazioni (questa risale al 10 gennaio 2013) presenti nelle quasi 400 pagine che la magistratura di Messina mette nero su bianco le accuse nei confronti del parlamentare Pd Francantonio Genovese, 45 anni, e di altri quattro indagati che sarebbero legati al politico siciliano per il quale è stata chiesta l’autorizzazione all’esecuzione della misura cautelare. «Genovese è il soggetto che sta al centro di una fitta trama di società e di clienti - spiegano gli investigatori - l’unico scopo era quello di drenare denaro pubblico, i corsi di formazione erano organizzati dalla Regione con finanziamenti europei, venivano emesse fatture false o rifatte, attraverso società schermo tra Regione ed enti che erogavano formazione cui venivano chiesti servizi; i prezzi a cui venivano noleggiati attrezzature informatiche e locali erano decisamente superiori a quelli del mercato, la differenza permetteva di lucrare». Ai destinatari delle misure cautelari viene contestato il delitto di associazione per delinquere finalizzata al riciclaggio, al peculato e alla truffa per il conseguimento di erogazioni pubbliche destinate al finanziamento di progetti formativi tenuti da numerosi centri di formazione professionale. «Quando io ti spunto il tuo costo... io devo vedere che quello stesso... cioè le fatture vengono timbrate (...) riconosciute e pagate, che vuol dire che io sulla fattura di acquisto ho questo... sì certo si pone il timbro della regione siciliana, si mette un bollino, una firma immagino, una sigla metterà... sì certo al momento in cui io pago il signore che mi ha firmato che si paga cento deve aver messo su tutti quei pezzi che producono cento una spuntatina... altrimenti è come se non ci fossero», si legge in una intercettazione dello scorso gennaio contenuta nella richiesta di arresto. Il 9 luglio del 2013, in una conversazione registrata in un’automobile tra l’indagato Salvatore La Macchia e un altro interlocutore, vengono alla luce «allusioni dell’indagato su possibili coperture alle quali - secondo gli inquirenti - avrebbe voluto o potuto godere Genovese presso la magistratura messinese». Ecco l’intercettazione. La Macchia: «Oggi hanno indagato Lombardo e al figlio per voto di scambio». Interlocutore: «Dice se non sei mafioso quanto meno, ma che ca..o, sì ma così è, Lombardo lo hanno preso di mira, basta! Gli è finito il rapporto con... ed è venuto quello là, il fratello di... se ne è andato siciliano... è arrivato questo giovane in cerca di gloria». L: (ride)». I: «E sono saltati gli equilibri... lui non è così... quando va a Roma gli domanda chi... al Cms chi mandate a Messina, che gli interessa...». L: «(Ride)». L’onorevole destinatario della richiesta di misura cautelare emerge dall’attività investigativa come l’unitario centro di interessi cui fanno riferimento una ragnatela di enti e società, uniti tra loro da una trama volta a consentire, attraverso meccanismi di fatturazione in tutto o in parte inesistenti, la sistematica sottrazione di consistenti volumi di denaro pubblico. Il parlamentare, nel corso del tempo ha acquisito, grazie a una rete di complici riferibili anche alla propria famiglia, secondo la magistratura, il controllo di numerosi enti di formazione operanti in tutta la Sicilia e, parallelamente, di una serie di società che gli hanno permesso di giustificare le appropriazioni, così da lucrare illeciti profitti. Nelle carte del gip di Messina, c’è anche un passaggio che fa riferimento al denaro che Genovese doveva consegnare a una persona ascoltata come persona informata sui fatti, pari a 40 mila euro, «costituente la sesta o settima rata per una Onlus». Un capitolo dell’inchiesta è relativo agli affitti, condotti con un meccanismo secondo cui una società prendeva in locazione un immobile per una certa cifra e poi lo subaffittava ad altri enti con un sovrapprezzo. Lo stesso, ipotizzano gli inquirenti, veniva fatto per gli acquisti di mobili e per le forniture dei servizi.
Fatture gonfiate e affitti a peso d’oro per appropriarsi dei fondi europei
Gli investigatori: Genovese è al centro di una fitta trama di società e di clienti con l’unico scopo di drenare denaro pubblico
