Attualità

Le cosche italiane e straniere fanno acquisti al gran bazar romano

Cosa nostra, ‘ndrangheta, camorra; e ancora le consorterie di origine russa, cinese, nigeriana: al gran bazar romano si sono accomodati in tanti, nel corso degli anni. Tutti pronti ad entrare in un...

Cosa nostra, ‘ndrangheta, camorra; e ancora le consorterie di origine russa, cinese, nigeriana: al gran bazar romano si sono accomodati in tanti, nel corso degli anni. Tutti pronti ad entrare in un mondo «dove c’è posto per tutti» come scrissero amaramente qualche anno addietro i magistrati della direzione nazionale antimafia. Il fenomeno della colonizzazione romana da parte di organizzazioni criminali (autoctone e no) armate, ricche e spregiudicate è vecchio almeno di 50 anni, e spesso è stato, colpevolmente, sottovalutato. E se in passato le ipotesi investigative che parlavano di associazioni mafiose, hanno dato i loro frutti (per qualche appartenente alla Banda della Magliana, il reato resse anche in Cassazione), negli ultimi anni le indagini sullo strapotere dei clan in città hanno preso un’accelerazione vertiginosa. Dall’arresto, nel 2008 in seguito all’operazione «orchidea» del boss della «camorra romana» Michele Senese, «aka ‘o pazzo», che avrebbe il controllo della zona sud orientale della Capitale per quanto riguarda traffico di droga, prostituzione e traffici legati a usura e riciclaggio, fino all’operazione «nuova alba», condotta dalla Mobile su input della Distrettuale antimafia romana, che nell’estate scorsa, segnò un colpo fondamentale agli interessi del clan Fasciani-Triassi (egemoni sul territorio di Ostia e del litorale), passando per le inchieste che hanno segnato un duro colpo al clan dei Gallace nella zona compresa tra Anzio e Nettuno. E se la presenza dei clan sulle sponde del Tevere è certificata da numerose indagini, quello che lascia stupefatti è la capacità di infiltrazioni delle mafie nel tessuto economico della Capitale. Superano abbondantemente il miliardo di euro, i beni sottratti negli ultimi anni agli appetiti insaziabili delle cosche. Cosche che hanno saputo reinvestire il proprio denaro frutto delle attività illecite (narcotraffico in testa) e che, piano piano, hanno «conquistato» fette sempre più grandi dell’economia romana. Dalle terrazze con vista San Pietro del «grand Hotel Gianicolo», comprato in contanti da una testa di legno dei Gallico di Palmi, fino alla catena di ristoranti «da Ciro», gestita in nome e per conto del clan camorrista dei Contini. E ancora i locali sulla via della «Dolce vita» e quelli di fronte ai palazzi del potere fino, storia di pochi giorni fa, il «caffè Fiume che garantiva, sostengono gli inquirenti, il riciclaggio per la cosca Fiarè di Vibo Valentia.

Commenti

I commenti non sono al momento disponibili e saranno ripristinati non appena possibile. Grazie per la pazienza.