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Farmaci omeopatici senza regole da 20 anni

Fausto Panni: «Non esiste una legge che permetta il riconoscimento di questo tipo di medicine» Il dato a livello europeo evidenzia che su 400 milioni di cittadini ne fanno uso 100 milioni

È stallo per l’omeopatia italiana. Infatti, in barba alla libertà di scelta terapeutica sancita dalla Costituzione, il processo di regolamentazione dei farmaci omeopatici si è arenato tra la pigrizia della burocrazia e incomprensioni tra governo, Aifa e imprese. Fausto Panni, Presidente Omeoimprese, l’associazione dei farmaci omeopatici e antroposofici, alza il tiro: «Stiamo parlando di una battaglia che va avanti da quasi 20 anni, in un paese che detiene il terzo mercato europeo, dopo Francia e Germania, nell’utilizzo di farmaci omeopatici». Perché tante difficoltà? «In Italia c’è poca cultura rispetto a questo tipo di medicina, però la grande difficoltà sorge perché non c’è un ordine dei medici omeopatici che porta inevitabilmente alla non considerazione di questo tipo di medicine. Nonostante il pressing serrato delle regioni che sollecitano, dal 2003, l’istituzione di un ordine specializzato nella materia. Purtroppo la risposta dello Stato è debole, non esiste una legge che permetta il riconoscimento di queste medicine, che tra l’altro sono sul mercato solo perché c’è una richiesta spontanea da parte dei cittadini». Ora che il Ministro Lorenzin è stato riconfermato quali interventi devono essere messi in campo per arrivare finalmente alla risoluzione della questione omeopatia? «Bisogna partire dal decreto che modifica le tariffe seguito alla sentenza del Tar. Poi è necessario istituire un tavolo di lavoro per concordare con Aifa procedure più consone alla peculiarità del nostro farmaco». Ora che il Tar ha accolto il ricorso delle aziende omeopatiche e antroposofiche sulle tariffe che avrebbero messo in ginocchio il mercato, si può guardare con più tranquillità al futuro? «È un passo avanti, ma il Tar ha fatto qualcosa di più. Partendo dalla considerazione che dal 1995 tutti i prodotti sul mercato sono in fase di rinnovo e che un’azienda ha all’incirca 1000/1500 prodotti, consente, alle aziende che non riescono a fare subito tutti i rinnovi, di poterli effettuare anche dopo il 2015». Ad oggi quali sono i passaggi necessari per far sì che la registrazione dei farmaci omeopatici avvenga? «Entro il 2015 dobbiamo presentare i dossier quindi stiamo sollecitando sia l’Aifa che il Ministero nella speranza che presto arrivi il decreto per le nuove tariffe. Un processo che si sta continuando a procrastinare». Quali sono i passaggi dei dossier di registrazione più spinosi? «Al di là che si debba pagare 10 o 1000 è impensabile dare in mano ad Aifa la completa arbitrarietà nella decisione delle questioni, ma ci deve essere un tavolo di confronto con le imprese. Sono 4 anni che lo ribadiamo perché non deve essere il Tar a lavorare ma le persone competenti. Come si può pensare che Aifa lavori su 10000/12000 dossier in un anno, i dossier devono essere valutati in conformità alle nostre peculiarità e questo richiede tempo. Dal canto nostro ci siamo portati avanti impostando a prescindere molti dei dossier, ma ci sono delle criticità che dobbiamo affrontare, soprattutto riguardo le linee guida che Aifa consiglia di seguire, perché sono troppo spesso non omeopatiche». In termini economici e di sviluppo che danni vi ha procurato la lentezza di questo processo? «Siamo sul mercato da più di 20 anni, senza contare alcune aziende nate addirittura nel dopoguerra. Cresciamo con costanza senza fare né propaganda né pubblicità, grazie agli italiani che amano l’omeopatia. I numeri in Europa parlano chiaro, 100 milioni di cittadini su 400 usano prodotti omeopatici e ricorrono alla medicina non convenzionale. Ricerca e innovazione vanno avanti, con l’utilizzo di nuove materie prime e l’elaborazione di nuovi prodotti. In Italia siamo congelati dal 1995, con un mercato fermo a differenza di Francia e Germania, con la conseguente perdita di una serie innumerevoli di prodotti per l’utilizzatore italiano, oltre che l’abbandono forzato di molti progetti a causa delle materie prime non più reperibili. Intanto Aifa continua a sostenere che facciamo cose di pessima qualità, ma non ci risulta che sia stata chiusa nessuna nostra azienda, nonostante la loro possibilità di farlo e nonostante i continui controlli effettuati. Questo modo di procedere fa sì che alcune aziende si pongano il problema se continuare o meno a investire, creando un forte danno economico a tutto il settore».

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