Quasi cento in tutta Roma, dal Centro alle periferie, persino a ridosso del Vaticano. Le moschee non autorizzate nella Capitale, e non solo, dilagano. Un fenomeno ormai in crescita inarrestabile, che sta mutando il tessuto sociale di interi quartieri. Se ne contano a decine tra garage, scantinati e cantine che vengono adibiti a luoghi di culto frequentati da centinaia di persone. I problemi della coesistenza con i residenti delle zone interessate sono molteplici. Si va da quelli più squisitamente legati all’agibilità dei locali, che non sono adatti ad accogliere un numero elevato di persone, fino a quelli legati alla sicurezza. Sotto la dicitura «associazioni culturali», infatti, a Roma prolificano le moschee non autorizzate, alcune delle quali si connotano per una chiara etnicizzazione, raccogliendo al loro interno gruppi appartenenti ad etnie ben definite. È il caso dell’ultima nata in ordine di tempo, quella in via Capua nel quartiere Tor Pignattara, la diciannovesima nella Capitale fondata da cittadini del Bangladesh. A pochi passi infatti, in via Gerbo Serbelloni 25, esiste già da tempo l’associazione culturale "Masjeed e Rome", che non pochi problemi ha avuto con i residenti soprattutto durante la preghiera del venerdì, quando i marciapiedi sono stati più volte invasi da fedeli. Questi luoghi, inoltre, sfuggono ad ogni controllo. Oltre alle moschee riconosciute come «moderate», di cui fanno parte i musulmani devoti alla preghiera, al digiuno e all’elemosina, è da segnalare la presenza anche di quelle più inquietanti dei predicatori d’odio, dei reclutatori e delle "cellule in sonno", più volte oggetto di indagini dei servizi di intelligence e delle forze di polizia. Sono 15, di cui 4 non luoghi di culto ma istituti islamici, le moschee nell’occhio del ciclone per il pericolo di infiltrazione di fondamentalisti. Tra queste l’associazione culturale islamica "Al Huda" a Centocelle, "Al Manar" a Torre Angela, "Masjed e makki" nel quartiere Prenestino, "Nur al Islam" e l’"Istituto culturale islamico di Ostia". Ma anche "Al Fatah" che si trova a Tivoli. Infine, è da segnalare l’associazione culturale islamica "Imam al Mahdi", in via Gualdo Tadino, l’unica di matrice sciita. La moschea di Centocelle, in particolare, nel corso degli anni è balzata più volte al centro delle cronache per la frequentazione di soggetti legati a frange radicali islamiche e, in più di un caso, a veri e propri terroristi. È bene ricordare, inoltre, che a Roma esiste un solo luogo di culto ufficialmente riconosciuto, la Grande moschea nel quartiere Parioli. Per tutto il resto, dunque, il panorama dell’Islam romano, che al suo interno accoglie svariati migliaia di immigrati, resta frastagliato e confuso.
Box e cantine, la mappa dei «non autorizzati»
Quasi cento in tutta Roma, dal Centro alle periferie, persino a ridosso del Vaticano. Le moschee non autorizzate nella Capitale, e non solo, dilagano. Un fenomeno ormai in crescita inarrestabile,...
