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La mafia romana sfruttava la «norma Monti»

Il clan Fasciani cedeva le imprese a srl agevolate dalla legge del Professore. Sedici arresti, sequestri per 6 milioni. Tra i 20 indagati anche colletti bianchi

Sfruttava il governo Monti la mafia del litorale romano di Carmine Fasciani e famiglia. In pratica, il boss aveva inventato una sofisticata architettura fiscale per sfuggire alle inchieste delle forze dell’ordine, tutta fondata sulla legge varata dal professore della Bocconi che favorisce la nascita delle società giovanili al costo di un euro. Sono le srl semplificate. E allora, nei giorni in cui la Squadra mobile della Capitale, diretta da Renato Cortese, nel luglio 2013 sequestrava alcuni stabilimenti balneari di Ostia ritenuti del capo nato 65 anni fa a Capistrello, in provincia dell’Aquila, il clan dava in gestione i rami d’azienda delle società destinatarie del provvedimento a imprese di altre presunte teste di legno che facevano riferimento sempre alla famiglia Fasciani, moglie e figlie in prima linea. Ma il trucco è stato scoperto. La Direzione distrettuale antimafia di Roma del procuratore aggiunto Michele Prestipino ha coordinato una mega operazione che ha visto impegnati i militari di Nucleo di polizia tributaria, Gico e II Gruppo di Ostia del Comando provinciale della Guardia di finanza di Roma del generale Ivano Maccani, mandando in carcere 16 persone, compresa la famiglia Fasciani che era già in cella, e i complici del sistema. Sequestrate anche le ditte che facevano parte del tesoro del clan, per un valore complessivo di circa sei milioni di euro. Ma Fasciani poteva fare tutto da solo, sfruttare la norma taglia-burocrazia ideata da Monti per le start up made in Italy? Certamente no. Infatti nel fascicolo della Finanza risultano una ventina di indagati. E tra questi colletti bianchi, avvocati e commercialisti che potrebbero aver suggerito a Fasciani l’adozione della legge Monti per tentare di sviare gli investigatori. Magistrati e inquirenti, però, si sono rivelati più tenaci dei "cattivi". Sono partiti dal 2008, dalle operazioni dei carabinieri del Nucleo investigativo di via In Selci, Los Moros e Madara, dal traffico di droga intercettato dal Sudamerica che ha messo nei guai Carmine Fasciani. Hanno seguito la sorte di società e stabilimenti balneari sequestrati (e dissequestrati), che facevano parte dei gioielli della famiglia del boss. Hanno messo sotto la lente le ditte che diventavano titolari delle attività sotto accusa, scoprendo l’obiettivo finale dei mafiosi: rendere le società scatole vuote, affinché le forze dell’ordine trovassero patrimoni a valore zero, mebntre la ricchezza era stata trasferita a soggetti che sulla carta nulla avevano a che spartire con il clan. Un colpo da maestro che però è stato svelato. «Fasciani è la mafia autoctona - spiega il procuratore aggiunto Prestipino - Non siamo di fronte alla criminalità organizzata siciliana, pugliese, calabrese o campana. È un fenomeno radicato sul litorale romano, dove l’ala perdente si è rivelata quella dei Triassi, legati ai siciliani Cuntrera-Caruana. Esiste una regia della mafia a Roma? Stiamo cercando di capire - riflette - se tra le organizzazioni presenti c’è un rapporto confliggente o coesistente». Oltre agli arresti, quello che fa male ai clan sono i sequestri delle loro ricchezze. «Nel 2013 sono stati pari a 560 milioni di euro - dice il generale Maccani - Dall’inizio dell’anno siamo già arrivati a 350 milioni».

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