Trema la politica. Oggi nel carcere romano di Rebibbia l’impreditore palermitano Giovanni Costa incontrerà il pm siciliano Nino Di Matteo. Perché? Potrebbe dire verità che scottano, raccontare di intrecci tra mafia e politica. Il pregiudicato, su cui pende un cumulo pena di sedici anni di reclusione, accusato di aver riciclato 900 miliardi di vecchie lire dei boss di Cosa nostra nel paradiso fiscale di Santo Domingo, potrebbe fare riferimenti alla politica nazionale. Forse anche al senatore del Nuovo Centro Destra Renato Schifani, ex presidente del Senato, e alle sue presunte amicizie pericolose coi mafiosi del clan del quartiere Villabate, di Nino Mandalà (da Schifani sempre negate). Di Matteo, che indaga sui rapporti tra mafia e politica nell’inchiesta sulla presunta trattativa tra Cosa nostra e lo Stato, spera in una collaborazione del colletto bianco. Da tempo la procura isolana sta indagando sull’ex presidente del Senato. Nel novembre scorso il Gip ha ritenuto insufficienti gli spunti investigativi forniti contro di lui da sette pentiti (tra i quali Gaspare Spatuzza, Francesco Campanella e Tullio Cannella) e ha prolungato le indagini di altri due mesi. Quindi stiamo agli sgoccioli. Oggi Di Matteo sarà faccia a faccia col pregiudicato arrestato nel settembre scorso a Santo Domingo da Sco, Interpol e Squadra mobile di Bologna, tradito da un profilo Facebook su Internet. L’imprenditore - secondo quanto rivelato da L’Espresso - avrebbe detto che negli anni addietro il senatore era un suo consulente amministrativo. Perciò su quanto dirà Giovanni Costa c’è molta attesa. Il pm spera di trovare riscontri non solo sulla posizione del senatore Schifani ma anche su altri esponenti politici sospettati di collusione con Cosa nostra. Dichiarazioni dunque decisive per supportare e irrobustire un castello accusatorio che già nel processo sulla trattativa e in quello che vede indagato Schifani ha mostrato parecchie crepe. Nei giorni scorsi l’ex latitante palermitano si è affidato a una avvocato romano delegandogli la difesa nei procedimenti penali che lo vedono coinvolto, nel dicembre 2008 sentenziati dalla Corte di appello di Bologna. Quattro anni prima era stato sottoposto a sorveglianza speciale, con obbligo di soggiorno nel capoluogo emiliano, con il contestuale sequestro dei beni, tra cui immobili in centro. Assieme alla ex moglie avrebbe ripulito i proventi di attività di affiliati a Cosa nostra «mediante una truffa finanziaria, organizzata in Sicilia da Giovanni Sucato, trovato carbonizzato dentro la sua auto, nel 1995». Il senatore Schifani, che ha incassato la solidiarietà di gran parte del mondo politico, compreso Silvio Berlusconi, si è sempre mostrato tranquillo in questa storia giudiziaria. «Gli approfondimenti istruttori disposti dal giudice - aveva detto - non potranno che confermare la mia totale estraneità a rapporti collusivi con esponenti mafiosi. Del resto - aveva aggiunto - i collaboratori di giustizia indicati dal Gip nella sua ordinanza di integrazione di indagine, nel corso di tutti questi lunghissimi anni, hanno reso numerosi interrogatori e sottoscritto protocolli di collaborazione nei quali non hanno mai fatto riferimenti alla mia persona».
Il pm Di Matteo a caccia delle (presunte) amicizie pericolose di Schifani
Trema la politica. Oggi nel carcere romano di Rebibbia l’impreditore palermitano Giovanni Costa incontrerà il pm siciliano Nino Di Matteo. Perché?Potrebbe dire verità che scottano, raccontare di...
