È passato ormai quasi un quarto di secolo da quel maledetto martedì. Ma oggi il «giallo» di via Poma torna in un’aula di giustizia. Dopo il bunker di Rebibbia, dove si è celebrato il primo grado, e quella di piazzale Clodio, che è stata teatro del processo d’appello, questa volta «tocca» al «Palazzaccio» di piazza Cavour. Qui i giudici della Prima sezione penale della Corte di Cassazione presieduti da Umberto Giordano dovranno decidere se confermare l’assoluzione «per non aver commesso il fatto» ottenuta in secondo grado da Raniero Busco, l’ex fidanzato di Simonetta Cesaroni, massacrata in un ufficio deserto del rione capitolino di Prati il 7 agosto 1990. Raniero non sarà presente in aula. Attenderà il verdetto, che dovrebbe arrivare in giornata e che potrebbe rappresentare per lui l’ultima «chiamata» davanti ai giudici (salvo rinvii da parte degli «ermellini») e che dovrà tener conto del ricorso presentato dalla Procura generale di Roma, a casa assieme alla moglie Roberta Milletarì e ai figli. Busco non ha voluto rilasciare dichiarazioni, ma si sarebbe detto fiducioso sulla decisione della Suprema Corte, pur non nascondendo la sua amarezza per il fatto che il processo non si sia chiuso in appello «data la sentenza ben motivata». Questa mattina, a partire dalle dieci, si aprirà dunque il terzo processo per l’omicidio di Simonetta. I cinque giudici della Prima sezione penale (oltre al presidente Giordano, ci saranno Angela Tardio, Aldo Cavallo, Piera Maria Caprioglio, Giacomo Rocchi, che terrà la relazione sui fatti) dovranno decidere se confermare o meno la sentenza di assoluzione della Corte d’assise d’appello di Roma del 24 aprile 2012, che ha ribaltato la sentenza di primo grado. Infatti, la Corte d’assise, il 26 gennaio 2011, aveva condannato Busco a 24 anni di reclusione. Il sostituto procuratore generale di piazza Cavour che terrà la requisitoria sarà Francesco Salzano. Nella stessa mattinata, gli «ermellini» dovranno esaminare sedici ricorsi in tutto. Il procuratore generale Alberto Cozzella contesta soprattutto gli esiti della «superperizia» disposta dai giudici e decisiva nel processo d’appello. Per l’accusa i periti superpartes non hanno tenuto sufficientemente conto il lavoro svolto dei consulenti della procura nel giudizio di primo grado e la sentenza assolutoria sarebbe stata motivata proprio sulle contraddizioni «a cascata» della perizia d’appello. È il tardo pomeriggio del 7 agosto quando in un palazzo di un comprensorio in via Poma 2 viene uccisa con 29 colpi di tagliacarte Simonetta Cesaroni, 21 anni. L'autopsia accerterà che la sua morte è avvenuta tra le 17.30 e le 18.30. Il suo corpo viene ritrovato dalla sorella Paola, che, preoccupata, si reca nell'ufficio insieme al fidanzato Salvatore Baroni e al datore di lavoro di Simonetta, Salvatore Volponi. Le ferite sono tutte profonde circa 11 centimetri. Alcune sono alla gola, altre sul seno e perfino sugli organi genitali. Il processo a carico di Raniero Busco, all'epoca dei fatti fidanzato di Simonetta, inizia vent'anni dopo, il 3 febbraio del 2010, davanti ai giudici della terza Corte d'Assise di Roma. Sul banco dei testimoni non c'è Pietrino Vanacore, portiere dell'edificio di via Poma, che si è tolto la vita in Puglia il 9 marzo 2010, tre giorni prima della sua deposizione. La «prova» principe della pubblica accusa è un presunto morso sul seno sinistro della vittima. Per il pm è stato inferto da Busco durante il delitto. In base alla «superperizia», invece, quella ferita non è cero neanche che fosse un morso. Oggi, dunque, fosrse l’ultima puntata di questa tragica «telenovela» giudiziaria durata 24 anni.
Via Poma, la Cassazione decide se riprocessare Busco
Gli «ermellini» e il ricorso della Procura generale. Sotto esame la perizia che lo scagionò
