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Il sindaco: i vescovi orientano, io amministro

Andrea Acalia.acali@iltempo.it Ha aspettato un po’ prima di replicare ma alla fine il sindaco ha risposto all’editoriale di Angelo Zema, direttore di RomaSette, il settimanale di informazione...

Ha aspettato un po’ prima di replicare ma alla fine il sindaco ha risposto all’editoriale di Angelo Zema, direttore di RomaSette, il settimanale di informazione della diocesi di Roma, che il 20 gennaio attaccava con estrema durezza la delibera sulle unioni civili approvata dalle commissioni capitoline. Marino ha parlato ieri pomeriggio al convegno «Roma città aperta», organizzato dai Giovani democratici al Caffè Letterario. «Io non mi pongo in nessun modo, perché i Vescovi hanno un compito più difficile dei sindaci. I vescovi, con il loro esempio quotidiano e con la loro predicazione, devono orientare le coscienze delle persone, io devo semplicemente amministrare la vita dei cittadini» ha detto il sindaco. «Noi siamo l'unico paese dell'Unione europea, assieme alla Grecia, che non si è dato una legge sul tema delle unioni civili - ha aggiunto - Questa è o non è un'emergenza? Per me lo è». Ed ha incalzato: «Dobbiamo aspettare ancora una volta che sia l'Europa a sanzionarci e a dire che dobbiamo risolvere questo aspetto della nostra società o ce la facciamo da soli? In Italia, inoltre, 100 mila bimbi vivono all'interno di coppie non regolamentate, cosa ne sarebbe di loro se ad uno dei genitori accadesse qualcosa? Se di questi problemi non vogliamo farci carico - ha concluso - allora non serve la politica, bastano dei manager». A parte il fatto che l’assemblea capitolina non è il Parlamento, Marino si è spinto ancora oltre: «Io ho sempre detto che, se avviene nel primario interesse del bimbo e della bimba, sono assolutamente favorevole all'adozione da parte di un single ed anche all'adozione di un bimbo all'interno di una coppia omosessuale». Per ora dal Vicariato nessun commento ma vale la pena ricordare un passaggio dell’editoriale di Zema: «Non si può barare con le parole. Così, finisce per rivelarsi grottesco parlare della delibera come di "atto concreto per la lotta a ogni forma di disuguaglianza". Con il varo della delibera, a essere discriminate sarebbero le famiglie. Distinguere non è discriminare ma rispettare».

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