Attualità

La scossa di Ratzinger per rinnovare la Chiesa

Con Francesco rapporto di profonda sintonia

Un atto di coraggio, di umiltà, di fede. Nemmeno lontanamente una fuga dalle proprie responsabilità. Non è retorico affermare che solo la storia aiuterà a comprendere fino in fondo la portata rivoluzionaria del gesto di Benedetto XVI. A un anno dall’annuncio della sua rinuncia al Pontificato, si comincia appena a capire il significato di un atto che non è stato una novità in sé ma lo è stato per il contesto in cui la scelta di Ratzinger è maturata. E una delle chiavi per approfondire il senso di quella rinuncia è proprio il modo di interpretare il ministero petrino da parte del suo successore. Papa Francesco ha uno stile completamente diverso da Benedetto: chi crede nell’azione dello Spirito Santo nella Chiesa, ha netta la sensazione che era proprio questo il Pontefice che serviva in questo momento. Ma anche chi è lontano dalla fede non può fare a meno di apprezzare l’azione pastorale, di essere attratto dalle parole e dai gesti di Francesco. Benedetto è stato un grande Papa. Con troppa facilità è stato liquidato come un valido teologo ma lontano dalla gente. Eppure non sarà ricordato solo per la sua rinuncia. Impossibile, ad esempio, dimenticare la sua azione forte, radicale nella lotta alla piaga atroce della pedofilia, degli abusi da parte di consacrati, con buona pace dell’Onu che ha fatto finta di non vedere l’incisività delle decisioni della S. Sede, frutto proprio delle iniziative di Benedetto XVI. O i primi passi mossi per una «revisione» dello Ior, ai quali ha dato seguito Francesco con rinnovata energia. Senza dimenticare la profondità della riflessione di Benedetto su tanti temi, non solo ecclesiali, per esempio la denuncia delle radici etiche della crisi economica mondiale che è prima di tutto «crisi di significato e di valori». Chi profetizzava possibili ingerenze e contrasti con il suo successore, poi, è rimasto deluso. La sintonia tra Benedetto e Francesco è totale. Aveva detto che sarebbe rimasto nel silenzio è così è stato: gli interventi pubblici di Ratzinger sono finiti, la sua discrezione è assoluta, al punto che nonostante le proposte del cardinale Cordero Lanza di Montezemolo, non ha voluto nemmeno «adottare un emblema araldico espressivo della nuova situazione creatasi con la sua rinuncia al Ministero Petrino». Il direttore della sala stampa, padre Lombardi, ieri spiegava alla Radio Vaticana che tra gli elementi della vita odierna del Papa Emerito nel convento Mater Ecclesiae «c’è il rapporto con Papa Francesco che ha dei momenti anche di incontro personale, di dialogo... uno è andato a casa dell'altro e viceversa. E poi ci sono le altre forme di contatto che possono essere il telefono o i messaggi che vengono mandati: una situazione di rapporto del tutto normale, direi, e di solidarietà». Padre Lombardi ha anche spiegato che Ratzinger non vive «isolato, chiuso come in una clausura stretta. Svolge un’attività normale per una persona anziana religiosa: una vita di preghiera, di riflessione, di lettura, di scrittura. La vita di una persona ricca spiritualmente, di grande esperienza». Parole simili a quelle pronunciate in alcune interviste da mons. Georg Gaenswein, segretario particolare di Benedetto e prefetto della Casa Pontificia, dunque stretto collaboratore di entrambi i Papi, che ricorda così i giorni fatidici di un anno fa: «I sentimenti erano di tristezza ma anche di gratitudine. È chiaro che prendere congedo è sempre una cosa triste, dolorosa. D'altra parte c'era anche il sentimento della gratitudine per questi anni che ho potuto vivere accanto a un grande Papa. Io l'ho saputo un po’ prima, il Papa me l'ha detto con l'ordine di non dirlo a nessuno e io non ho detto niente. Lo sapevo, però nel momento in cui l'ha annunciato mi ha scosso: l'ultimo giorno del suo pontificato - conclude - per me è stato un giorno di un dolore abbastanza forte».

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