Attualità

Otto donne nella commedia della vita

Al carcere di Latina spettacolo teatrale con detenute in regime di sicurezza. La direttrice Fontana: abbiamo «aperto» le celle per far entrare l’arte

C’è gente fuori che pensa siano solo «cattive ragazze». Le otto «cattive ragazze» pensano che fuori c’è un mondo che per loro può essere «nuovo». Anzi, sono loro che possono renderlo diverso dopo un’esperienza dietro le sbarre che non sia soltanto un passaggio. Gli occhi di otto donne, sabato scorso, hanno fissato una platea affollata e con versi e canzoni hanno gridato la fatica di essere detenute. Perché se fuori c’è un quartiere che si sta rinnovando, dentro, in via Aspromonte a Latina ci sono uomini e donne che non riescono a vedere quelle case così vicine per colpa delle «gelosie», quelle grate a maglia stretta che frenano anche la luce. Giovani, belle, intense, dopo giorni di prove, con la fierezza mai sopita e la determinazione mai perduta, sono diventate le protagoniste dello spettacolo teatrale «Siamo donne. Nella commedia della vita». In effetti loro, detenute in regime di massima sicurezza tra cui una straniera, protagoniste lo sono sempre state, al fianco, dietro o in assenza di mariti, padri, fratelli che della violenza o dell’illegalità hanno fatto il loro modus vivendi. Hanno ricacciato in gola l’emozione mentre i loro occhi lucidi per lo stupore hanno fissato a uno a uno i volti di chi le osservava, le ascoltava e si è convinto di quello che troppo spesso viene dimenticato: il carcere deve e può essere riabilitazione non un inferno per vivi. Mettendoci faccia e bravura, sono diventate Medea, Lisistrata, Filomena Marturano, Mamma Roma, Ninetta, donne prostitute, figure emblematiche del sopruso, dello sfruttamento, del femminismo d’antan. I testi e i versi di classici teatrali, da Aristofane a Brecht sono stati sapientemente «composti» in un’unica fluidità graffiante e sanguigna, dal preside-regista Giorgio Maulucci, aiutato nell’impresa dal funzionario giuridico pedagogico Rodolfo Craia, che fa della passione un impegno morale. Lo stesso che mette, giornalmente da tre anni, il direttore Nadia Fontana che con grande umanità e professionalità è riuscita ad instaurare nella Casa circondariale un clima familiare. Esile quanto determinata, la Fontana ha «aperto» le celle per far entrare l’arte in tutte le sue espressioni, dalla scrittura al teatro, dalla pittura all’inglese, senza dimenticare lo sport e la formazione con corsi di pizzaiolo e cuoco. Tutto questo con l’obiettivo di ricostruire per ogni detenuto un percorso di vita attraverso l’acquisizione di competenze individuali. Un lavoro nel lavoro quando si opera dentro una struttura oggettivamente «vecchia», con spazi limitati e con presenze «esagerate» almeno stando a uno studio della Uil Penitenziari: la Casa circondariale di Latina ha il 100% dei detenuti in più del previsto. Rispetto agli 86 detenuti previsti ce ne sono 141 uomini, 34 donne e 4 ex brigatiste. Quest’ultime sono donne completamente distaccate dalle altre, che rifiutano ogni tipo di condivisione o hobby e, addirittura, la possibilità di uscire avendo scontato la pena. Infatti, da quello Stato che hanno combattuto perché diverso da loro, oggi pretendono una sorta di «assistenza», non avendo più fuori né compagni né possibilità di vivere in una società troppo avanti rispetto al loro modo di pensare fermo ad anni che fortunatamente e dolorosamente l’Italia ha archiviato. Non si scoraggia però la direttrice Fontana e lo dimostra il suo impegno per le donne detenute alle quali con attività diverse vuole far riscoprire emozioni e sentimenti imbrigliati dalla durezza e dalla drammaticità della vita vissuta. Quel mondo che sta fuori, secondo la dinamica dirigente, le detenute possono cambiarlo proprio perché loro sono donne e originano la vita, una vita che possono far condurre, a figli, mariti e fratelli, linearmente senza curve pericolose e sbandate irreversibili, credendo nella libertà e nella forza del cambiamento. E loro, detenute che hanno creduto in «Siamo donne. Nella commedia della vita», definendo il teatro un «tempo qualitativo», sono femmine che hanno la forza di guardarsi allo specchio riconoscendosi figlia di una mamma orgogliosa, moglie di un marito che non l’ha mai sentita dire parolacce, madre di una figlia che vede troppo poco. Così, al fotografo Tonino Mirabella, hanno l’innocente sfrontatezza di chiedere una foto «con i capelli tirati, da mandare al mio uomo»... Con lo stesso coraggio e il sorriso sulle labbra, tra gli applausi a fine spettacolo, si sono congedate dal pubblico finanche commosso, dicendo: «E ora ce ne andiamo in carcere». Poi c’è il tonfo sordo delle porte che si richiudono alle nostre spalle a ricordarci che la vita è «Un’apertua d’ali», come canta Renato Zero nel video girato proprio nella Casa Circondariale di Latina, e che noi stiamo tornando tra il popolo di fuori.

Commenti

I commenti non sono al momento disponibili e saranno ripristinati non appena possibile. Grazie per la pazienza.