CIVITAVECCHIA Siamo stati con loro per 72 ore negli abissi del Tirreno, da Civitavecchia a Reggio Calabria, sentinelle silenziose e invisibili dei nostri mari. Loro sono gli uomini del sommergibile Scirè, volontari qualificati e orgoglio della nostra Marina con i quali noi de Il Tempo abbiamo vissuto tre giorni di traversata sottomarina. Tre giorni decisivi per altri uomini di mare, come Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, i marò prigionieri da quasi due anni in India. «Dopo tutto questo tempo avrebbero potuto perdere la testa eppure mostrano una dignità esemplare», commenta il capitano di corvetta Alessandro Nalesso, trevigiano classe ’75, da due anni al comando de l sommergibile Scirè. Mite ma determinato, guida un equipaggio 30 uomini. «Quello che è sucesso a Latorre e Girone può accadere a ognuno di noi in ogni momento - continua Nalesso - Anche per questo tra di noi se ne parla poco, quasi per esorcizzare il pericolo. Se uno ci pensa rischia di bloccarsi. Il modo signorile con cui stanno affrontando la vicenda, però, è un messaggio fortissimo che stanno dando a tutti. Se ci sentiamo tutelati dallo Stato? Chi fa il militare non si pone questa domanda. Se la pone un lavoratore dipendente, chi ha un sindacato. La forma mentis del militare è fare il proprio dovere a prescindere da tutele di ogni tipo. E poi chi va per mare sa di essere solo. È romantico e crudele allo stesso tempo, ma è la nostra vita». I sentimenti dell’equipaggio sono in totale sintonia con quelli del comandante. Eros Matteoli viene da Formia ed è l’unico laziale a bordo. «In questa vicenda c’è un ossimoro incredibile - racconta il sommergibilista, 31 anni a maggio - due operatori dello Stato italiano mandati a combattere il terrorismo e la pirateria vengono giudicati con il Sua Act che si usa per i terroristi. Se fosse accaduto a due americani sarebbe arrivato un elicottero per portarli via e tanti saluti all’India». Per Raffaele Martino, leccese, la vicenda dimostra l’assenza di tutela verso persone che fanno il proprio lavoro: «Un messaggio dato non solo alla Marina ma a tutte le forze armate. Il timore è che se dovesse succedere qualcosa del genere a noi potremmo essere lasciati a noi stessi». Anche lo Scirè, infatti, svolge operazioni contro la pirateria. Ma gli ambiti in cui opera sono numerosi. Lo S527 U212A consegnato il 19 febbraio 2007 nasce dalla cooperazione con la Marina tedesca. È un sommergibile d’attacco di 56 metri per 6 di diametro equipaggiato con gli apparati più moderni come il propulsore alimentato a idrogeno e ossigeno. Un’arma invisibile e silenziosa che nelle recenti esercitazioni con la marina americana ha ripetutamente affondato (virtualmente) battelli e navi a stelle e strisce. Una vocazione che deriva dall’essere l’erede del Regio Sommergibile Scirè che alla guida del «principe nero» Junio Valerio Borghese si rese protagonista con la Decima Mas dell’impresa di Alessandria del 1941. Ci volle il genio di Alan Turing, che decifrò il sistema crittografico Enigma, per permettere ai britannici di captare le comunicazioni tedesche e affondarlo nel porto di Haifa, un anno dopo. Oggi lo Scirè è impegnato dal Mediterraneo al Corno D’Africa in operazioni di intelligence come Active Endeavour, acquisizione dati e controllo: dall’antipirateria all’immigrazione clandestina, dai traffici illeciti alla raccolta di dati oceanografici e biologici come i passaggi dei grandi cetacei nel nord Tirreno. Solo nell’ultimo anno, nascosto dalle acque, lo Scirè ha individuato navi che sversano illegalmente rifiuti, traffici di armi e droga, scafisti in viaggio dalla Libia o colti in flagrante al largo delle coste siciliane. Gli abissi sono un punto di vista privilegiato. Lo Scirè può immergersi fino a 300 metri di profondità. A largo di Civitavecchia siamo arrivati a 250 metri sotto il livello del mare per poi risalire a quota 40 metri e puntare verso sud, destinazione Reggio Calabria. Appena si chiude il portello della garitta dalla quale si entra nel ventre del sommergibile si capisce che tempo e spazio sono dimensioni relative. Tutto è organizzato al centimetro: accanto al water sono conservate le armi di bordo - fucili e pistole - mentre la piattaforma di lancio dei siluri è nello stesso ponte dove si cucina e si mangia. A dare il ritmo delle giornate sono le luci artificiali. Giorno e notte si confondono ma anche a 200 metri di profondità l'illuminazione resta coerente con l'ambiente esterno. Nel Combat information center, la plancia di comando, dopo le 17 le uniche luci accese sono quelle dei monitor per non subire sbalzi di luminosità guardando dal periscopio. A cessare del tutto o quasi sono invece le comunicazioni. Telefoni e internet non esistono per tutta la durata del le operazioni. Anche 25-30 giorni. L’unica comunicazione permessa è un’email a settimana che ogni operatore può mandare alla famiglia. Un’opzione poco sfruttata, dal momento che per ragioni di segretezza il testo non può comprendere che un generico «sto bene» e poco altro. Il sommergibile nasce per essere invisibile e ogni altro dato se intercettato può mettere a repentaglio l'intera missione. Per questo i messaggi vengono letti ed eventualmente autorizzati da tutta la catena di comando («Così il comandante può prendere gli spunti migliori e scrivere lettere d’amore alla moglie», scherza l'equipaggio). D'altronde la privacy è una parola che non esiste. Ci si veste dove non si è di intralcio e i bagni sono solo due, solo uno con la doccia. Anche per questo non ci sono donne a bordo. Gli ostacoli sono sì culturali ma più che altro pratici. In Europa solo Norvegia e Olanda ammettono sommergibiliste. Negli Usa il personale femminile opera abitualmente sui grandi sommergibili ma i battelli come lo Scirè, piccoli e agili per necessità operative, non possono permettersi spazi dedicati. Gli enormi sacrifici e i lunghi periodisenza contatti con l’esterno sono alla base del calo delle vocazioni che sta vivendo il corpo speciale dei sommergibilisti. L’unico segno dell’esistenza della terra arriva intorno a mezzanotte, con uno stringato riassunto dei fatti del giorno. Qualche ora prima dell’imbarco si sparge una voce: il suicidio di un marinaio in servizio su una nave, trovato impiccato a casa durante una licenza. Il cognome è quello di un sommergibilista ma subito si escludono legami tra i due. Sono lo spirito di corpo e la passione il carburante di questi uomini destinati a passare almeno vent’anni in un mondo sospeso. Un po’ guerrieri un po’ ingegneri, amano il loro battello più di una seconda casa. Consci di quanto è pericolosa la solitudine del sommergibilista. «Uscire in mare quando si hanno problemi in famiglia può far uscire di testa la gente», raccontano. Alle 13 di venerdì si apre il portellone della garitta di prua. La luce del sole, il rumore del vento. Il mondo. Davanti a noi il profilo magico di Stromboli. Entriamo nello Stretto, si naviga in emersione fino a Reggio. Il primo passo sulla terraferma è un interruttore che si accende: ecco la vita di sempre. Gli uomini dello Scirè ritornano, sospesi, negli abissi. Sentinelle invisibili del nostro mare.
Nel sottomarino. Con i marò
Un cronista de Il Tempo nel sommergibile Scirè nelle ore decisive per i due fucilieri «Siamo con loro. Può succedere a ognuno di noi». Viaggio con le sentinelle invisibili dei nostri mari
