Philomena Lee, in rappresentanza del «Philomena Project», ha partecipato all’udienza con papa Francesco, lanciando il Philomena Project che nasce dalla storia vera da lei vissuta personalmente: dopo essere stata costretta giovanissima a dare in adozione il figlio appena nato, lo ha cercato per 50 anni. La vicenda è di recente balzata alla ribalta grazie al film «Philomena» candidato all’Oscar e ispirato al libro scritto dal giornalista Martin Sixsmith. All’udienza con papa Francesco hanno partecipato anche la figlia di Philomena Lee, Jane Libberton, e Steve Coogan, sceneggiatore, produttore e protagonista del film. In una dichiarazione rilasciata dopo l’udienza con Papa Francesco, la Signora Lee ha detto di essere «onorata e felice di aver incontrato Papa Francesco. Come si evince chiaramente dal film, ho sempre avuto una profonda fede nella Chiesa e nella sua volontà di riparare ai torti commessi in passato. Spero e credo che sua Santità Papa Francesco si unirà a me in questa lotta per aiutare le migliaia di madri e figli che desiderano mettere la parola fine alla loro tormentata storia». Dopo aver lasciato il convento è stata per tanti anni infermiera in un ospedale psichiatrico dove ha visto molte sofferenze e proprio aiutando gli altri è riuscita a trovare, seppur con non poche difficoltà, «la pace a quel gran dolore». Nonostante non sia mai riuscita a rivedere e a riabbracciare suo figlio (che oggi avrebbe 62 anni) nelle sue parole non c’è rancore perché, spiega, è finalmente libera da quel senso di colpa. Come è successo a lei, si spera che anche tante altre madri che hanno vissuto in quei conventi, abbiano giustizia. Nel 1952 l’adolescente irlandese Philomena Lee resta incinta e viene mandata in una «Casa per ragazze madri» ("Mother and Baby Home") dove, dopo 3 anni, suo figlio viene dato in adozione dietro pagamento e portato in America. Nonostante Philomena e suo figlio si siano reciprocamente cercati per tanti anni, sono stati tenuti a distanza e non sono mai riusciti a rincontrarsi. E persino le altre ragazza con le quali Philomena strinse un’amicizia in quei tre anni, non furono rintracciabili perché ad ognuna veniva dato un nome falso. Philomena Project parte dalla consapevolezza e dalla conoscenza del dolore e delle perdite subite da migliaia di ragazze nel corso dei decenni, per spingere lo Stato ad aprire gli archivi e a diffondere tutte le informazioni in loro possesso relative alle adozioni abusive, aiutando così madri e figli a ritrovarsi. Il dico Coogan ha raccontato che «la proiezione è andata bene e le autorità ecclesiastiche hanno apprezzato il film. Ridevano nei momenti divertenti e hanno convenuto che la pellicola è in linea con il nuovo messaggio di Papa Francesco: rompere con l’oscurantismo, ammettere gli errori del passato e iniziare un percorso di riconciliazione. Ci hanno anche detto che non sono d’accordo con l’ala ecclesiastica conservatrice americana che ha considerato il film anti-cattolico. È la storia di una donna normale che fa una cosa straordinaria: perdonare». «Sono oltre sessantamila le donne coinvolte nel sistema delle adozioni forzate - ha spiegato Susan Lohan dell’Adoption Rights Alliance - e il nostro scopo è anche quello di aiutarle a venire allo scoperto, superando il senso di colpa e di vergogna che è stato loro inoculato. È un’operazione urgente, perché queste persone tra poco, per ragioni anagrafiche, non ci saranno più. La Chiesa ha dimostrato disponibilità e apertura, ora deve affrettarsi anche il Governo. Parte dei fascicoli con i nomi di queste donne sono in mano alle associazioni religiose. Buoni cinquantamila li possiede il governo. È ora che siano aperti».
Philomena e la sua fede «La Chiesa riparerà i torti»
Da giovane le hanno tolto il figlio che non ha più visto