Attualità

Tornare indietro è solo un’utopia

di Stefano Mannucci

No, non siamo ancora alla revisione del calendario, ma poco ci manca. Il nuovo spartiacque della storia è il 2004: tutto quello che è accaduto in precedenza è databile A.F., e da lì inizia l’era D.F.: Avanti e Dopo Facebook. Fino allora potevamo contare su una vita sociale in 3D e tangibile, poi abbiamo ripiegato su una meta-vita da social network, monodimensionale e impalpabile. Prima esistevano i sabati sera, i falò sulla spiaggia, le pomiciate, le pizze in comitiva, i cinemini, le telefonate con una scheda o con quei feticci di inestimabile valore - i gettoni - che finivano sempre sul più bello, interrompendo conversazioni foriere di sviluppi erotici. Te la giocavi in campo aperto, magari sbagliavi deodorante o l’accoppiamento dei calzini, ma eri tu, con quell’espressione un po’ così di chi si avventura verso l’ignoto dei sensi mettendoci la faccia, non il logo di Facebook. Ora, nell’abisso internettiano non ti rimane che taroccare te stesso: nessuno cliccherà mai «mi piace» se scrivi «vorrei ammazzare il gatto», oppure «fra trenta secondi spingerò quella vecchia sotto il bus». Nel fantasmagorico mondo di Fb ognuno partecipa del Grande Concorso «Siamo tutti Belli, Buoni & Ragionevoli». Sottotesto: «E siamo qui per rimorchiare chiunque capiti a tiro». Un rimorchio non necessariamente sessuale, più spesso una contesa psicologica. E mica solo un partner: migliaia, perché gli iscritti sono un miliardo e 200 milioni di individui. Occhio però al cimitero di 30 milioni di defunti e all’asilo di quasi sei milioni di bambini. Stabilito il parametro, talvolta illusorio, di unirsi a un simposio fra adulti consenzienti, la missione sarà fare incetta di gelidi pollici stilizzati sul nuovo status, cercando consenso per ogni minchiata che scriverai, iperconnesso dall’alba a notte fonda, nevrotizzato ed esposto, disposto a confidare qualunque cosa ti passi per la testa, dalla gastrite all’insonnia al traffico, adottando posizioni strategicamente approvabili nella giostra del luogo comune, e sparando di tanto in tanto citazioni pseudocolte ma non troppo criptiche, altrimenti non ti segue nessuno e anneghi, mentre qui si nuota in un mare pop-trash. Allora, diranno quelli immuni dal «morbo di Fb», chi te lo fa fare? Perché insistere nell’odissea cibernetica dove gli «amici» sono spesso tra virgolette? Facile: perché indietro non si torna, e al bando le nostalgie. Chi lo nega, o fa spallucce, è uno snob mentitore. Non si torna ai fiacre, ai lumi a petrolio, al calamaio: allo stesso modo non ci si può disintossicare da questo coro greco che tutto osserva e talvolta giudica. Ma Fb non è un mostro, è solo una scatola vuota: sta a noi riempirla di cose sensate. E lì dentro si aggirano i nostri ragazzi, primi esemplari di una razza umana mutante, i «nativi digitali», con cui rischiamo di perdere i contatti, se non li intercettiamo e non ne comprendiamo le logiche isolazioniste. La solitudine di mezza età è una bazzecola, in confronto a quella dei figli. Volenti o nolenti, per capirli dobbiamo inoltrarci nel loro mondo astratto: il nostro appartiene al passato.

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