PESCARA La prima volta fu poco più di vent’anni fa. «Il Tempo» in esclusiva titolò «Arrestate la Giunta regionale»: era il 29 settembre del 1992 e nello spazio di una notte l’Abruzzo scoprì cosa vuol dire trovarsi senza un governo sopra la testa. Il giudice per le indagini preliminari Romolo Como aveva firmato un’ordinanza di custodia cautelare che portava la gran parte degli assessori, otto per l’esattezza, con accuse di falso e abuso d’ufficio per quello che all’epoca venne definito lo scandalo Pop: formazione di graduatorie per l’assegnazione dei fondi europei effettuata secondo il magistrato con rigorosa spartizione politica, senza dare tanto peso ai requisiti dei progetti in domanda, né stilare una graduatoria. Gli arresti, per due volte, furono confermati dalla Cassazione: il processo, dopo alterne vicende, si chiuse con la condanna del solo presidente della Regione, Rocco Salini,allora democristiano, l’unico ad essere rimasto con l’accusa di falso. Per gli altri imputati l’aiuto arrivò dalla legge, che trasformò la normativa sull’abuso d’ufficio. Per l’Abruzzo fu la prima volta, non l’ultima. Luglio 2008, quasi sedici anni dopo. Ancora di notte: ad essere portato verso il carcere di Sulmona fu Ottaviano Del Turco: inchiesta Sanitopoli, nata dalle rivelazioni dell’accusatore Vincenzo Angelini, che asseriva di essere stato economicamente strangolato da richieste di tangenti ma che i carabinieri del Nas volevano arrestare prima che diventasse l’asso nella manica della procura (successivamente è finito lui, Angelini, sotto processo ma a Chieti, per reati gravissimi). Con Del Turco finirono nei guai, chi arrestato, chi indagato, assessori e consiglieri regionali. La giunta venne disarcionata. La sentenza, quella di primo grado, ci ha messo i suoi cinque anni ad arrivare portandosi dietro anche qualche prescrizione oltre a un’infinità di punti interrogativi e scivoloni di indagine che fecero gridare allo scandalo i media di mezza Italia oltre alla politica che, trasversalmente, lette le carte che evidenziavano l’assoluta assenza di riscontri sulle mazzette nella disponibilità di Del Turco, criticò ferocemente l’azione della procura retta da quel Trifuoggi oggi alla corte del sindaco de L’Aquila. Alla fine, con sorpresa di tutti (giustizialisti esclusi) arrivò la condannna a 9 anni e sei mesi all’ex governatore, che quella decisione la vive come un’onta: «Io come Enzo Tortora » disse a caldo. Ha un grande sostegno Del Turco, grazie a un passato politico considerato irreprensibile e alle prove della corruzione che al di là delle parole di Angelini, recepite in sentenza, non si sono mai trovate. Passano pochi mesi e a dicembre, il 15, arrivano gli arresti domiciliari per il Sindaco di Pescara Luciano D’Alfonso accusato di associazione per delinquere finalizzata alla corruzione e alla concussione, truffa, falso e peculato. Non va in carcere, resta ai domiciliari, ma le voci del suo arresto si erano inseguite per giorni creando una sorta di stato di allarme permanente. L’11 febbraio dello scorso anno arriva l’assoluzione sia per l’ex sindaco che per tutti gli altri imputati, ma nel corso degli anni sono passati molti treni politici, ai quali Luciano D’Alfonso ha dovuto rinunciare. Due anni prima, nel 2006, a finire in carcere era stato il sindaco di Montesilvano Enzo Cantagallo, travolto dall’inchiesta «Ciclone». Alla sentenza si arriva dopo sei anni a fine 2012. Per il sindaco cade l’accusa di associazione per delinquere, ma la condanna a cinque anni arriva lo stesso, anche con un sistema accusatorio di fatto a pezzi. Anche Cantagallo oggi è soltanto un «ex» della politica. In attesa che arrivi la sentenza d’appello.
Più di vent’anni fa lo scandalo Pop Poi manette a presidenti e sindaci
Patrizia Pennellap.pennella@iltempo.it PESCARALa prima volta fu poco più di vent’anni fa. «Il Tempo» in esclusiva titolò «Arrestate la Giunta regionale»: era il 29 settembre del 1992 e nello...
