Un sistema di «lavaggio» del denaro della camorra ben organizzato e incardinato. Sono 90 gli affiliati ai clan Contini e Mazzarella di Napoli, finiti in manette nella vasta operazione coordinata dalla Direzione nazionale antimafia e dalle distrettuali di Roma, Napoli e Firenze. Ben 250 milioni di euro di beni sono stati posti sotto sequestro e una rete di ristoranti e pizzerie nel cuore della Capitale è risultata lo snodo finale del riciclaggio della potente organizzazione criminale. Questo lo scenario che emerge dall’inchiesta antimafia, condotta sul campo dai più pregiati investigatori di Guardia di finanza, carabinieri e polizia di Stato, che hanno ricostruito nel dettaglio il sistema criminale, definito negli atti come una «holding». Perché al di là delle decennali attività criminali c’è un elemento che le indagini hanno portato alla luce: la «lavanderia» del denaro sporco ha fatto un salto di qualità. È penetrata nel tessuto imprenditoriale pulito non solo della Campania, ma anche della Capitale e della Toscana, finendo per inquinare il mercato a discapito di aziende «pulite», quelle che quotidianamente devono fare i conti con la crisi. Ed è proprio a Roma che l’organizzazione poteva contare su una famiglia ben allacciata alla camorra, i Righi. Dagli atti emerge il loro collegamento con i vertici dei clan, come il boss Edoardo Contini e il cognato Patrizio Bosti, l’attuale reggente Salvatore Botta e la moglie Rosa Di Munno. Per questo ieri mattina è stata notificata ai fratelli Salvatore Luigi e Antonio Righi una misura di prevenzione patrimoniale. Si tratta di un atto giudiziario parallelo all’inchiesta penale, che segue una via diversa, portando i beni alla definitiva confisca. Infatti, avevano creato un vero e proprio «impero economico imprenditoriale» basato sul denaro sporco, censito dagli investigatori «per la sola città di Roma» in «ben 23 attività commerciali nel settore della ristorazione». Tutte attività economiche aperte e gestite con soldi della camorra. Clan nella città eterna Un sodalizio criminale nato a Napoli, dove nel 1983 fu coinvolto nel riciclaggio di una parte del riscatto - un miliardo e 700 milioni di lire - pagato per liberare il gioielliere Luigi Presta, secondo quanto emerge dagli atti. Da qui parte la genesi dei Righi, insediatisi «a Roma negli anni novanta». Così, nascono gli stretti rapporti di natura finanziaria, come spiega il collaboratore di giustizia Pasquale Galasso. È Alfredo Mariotti il vero contatto con la criminalità: «Un faccendiere legato alla mala romana - afferma - con il cartello camorrista Nuova Famiglia e con il boss della Banda della Magliana Enrico Nicoletti». «In poco meno di un quindicennio - si legge negli atti - hanno sviluppato con modalità illecite un’intensa e redditizia attività imprenditoriale anche in altre parti del territorio nazionale e all’estero (Gran Bretagna, Cina, Slovenia e Slovacchia), realizzando una holding societaria in grado di controllare con varie metodiche illecite una catena di esercizi commerciali nel settore della ristorazione». L’indagine, dunque, ha consentito di «ricostruire nel dettaglio sia la mappatura delle numerosissime società e aziende riferibili alla famiglia Righi (o a loro prestanome emersi nel corso delle indagini), sia i flussi finanziari che, negli ultimi anni, avevano consentito l’espansione del gruppo soprattutto nel settore della ristorazione, con forti interessi anche in altri ambiti, come - ad esempio - in quello immobiliare e delle competizioni calcistiche. Tali risultanze investigative, valutate alla luce di alcuni riscontrati collegamenti della famiglia Righi con la criminalità organizzata campana, e in particolare con il clan della camorra napoletana «Contini» (e per il solo Antonio Righi con il clan Mazzarella), consentivano di ritenere che l’intera famiglia Righi riciclasse stabilmente denaro di provenienza delittuosa del clan Contini immettendo tali risorse in contesti di economia apparentemente legale e alterando in tal modo le regole del mercato». Le pizzerie in centro In tutto sono 23 fra bar, pizzerie e ristoranti nel cuore di Roma e a pochi passi dai palazzi istituzionali, quelli di proprietà della famiglia Righi. Ma è il binomio pizza-camorra quello che colpisce di più. Perché dagli atti si scopre come l’organizzazione sia riuscita a penetrare nelle zone più in della Capitale, dove la continua affluenza di turisti consente di massimizzare i guadagni, avendo però costi a zero (in quanto c’è il denaro sporco da riciclare). Così si scopre che la camorra gestiva la trattoria-pizzaria-wine bar «Pizza Ciro», in piazza Sant’Apollinare, il locale dove era stata addirittura affissa una fotografia dell’ex magistrato simbolo della lotta alla mafia, Antonio Ingroia. Poi ci sono la pizzeria Pummarola&Drink in via Della Maddalena, Ciro&Ciro in piazza della Maddalena, Zio Mario in via delle Quattro Fontane, Da Ottavio in Corso Rinascimento, La Pastarella in viale Giulio Cesare, Friend’s Bar in via delle Quattro Fontane e Caffetteria Ferrara in via Fabio Massimo. Tutte attività imprenditoriali avviate con denaro sporco e che incameravano denaro pulito, ingrassando le casse della Camorra. Infine, i beni erano stati messi nelle mani di una ampia rete di 54 soggetti ritenuti essere «prestanome professionali», come Maria Stasio, madre dei fratelli Righi, che addirittura risulta percepire esclusivamente una pensione di 500 euro al mese. Il vice prefetto Tra gli indagati, infine, figura anche un vice prefetto del ministero dell’Interno, il quale avrebbe cooperato con la famiglia Righi in alcuni affari legali. In particolare, secondo i riscontri investigativi, l’uomo avrebbe seguito alcuni procedimenti legali per i riciclatori del clan ricevendo compensi d’oro. Per questo ieri mattina i carabinieri hanno compiuto una perquisizione nella sua abitazione.
La camorra si siede a tavola. Sigilli a 23 locali nella Capitale
Gli indagati riciclavano il denaro in bar e ristoranti. Tra i locali in centro anche la catena «Pizza Ciro»
