Quando Totò Riina minaccia un magistrato, qualunque uomo sano di mente sa da che parte stare. Ma la difesa incondizionata di un pm come Antonino Di Matteo non può trasformarsi in un’«assoluzione» dei suoi fallimenti e non può impedire di far nascere dubbi intorno alle improvvise parole, e minacce, di «Totò ‘u curtu». Fra le «disfatte giudiziarie» di Di Matteo non c’è solo il processo all’ex generale dei Ros Mario Mori sulla mancata cattura di Provenzano e poi assolto; e non c’è solo nemmeno quella del processo parallelo sulla Trattativa Stato-Mafia, che traballa dopo l’assoluzione di Mori. La prima «macchia» nella carriera di Di Matteo risale al processo sulla strage di via D’Amelio. A far riemergere errori e abbagli di Di Matteo e dei suoi colleghi è stata Ilda Boccassini, aggiunto a Milano, che ha testimoniato al processo sul depistaggio messo in atto da «pentitello» Vincenzo Scarantino quando confessò, falsamente, di aver rubato lui la 126 riempita di tritolo e piazzata in via D’Amelio, e quando accusò sette innocenti sbattuti in carcere. Bugie prese sul serio per anni da Di Matteo. Boccassini, che tra il ’92 e il ’94 era alla procura di Caltanissetta per indagare su Capaci e via D’Amelio, ha ripercorso il momento in cui, nell’ottobre del 1994, scrisse ai pm una lettera per smascherare il pentito: «Quando arrivai a Caltanissetta – ha affermato - c’erano perplessità su Scarantino. Dubbi nutriti dai magistrati e dagli investigatori (…). Scarantino raccontava fregnacce, chiamava in causa collaboratori di giustizia di caratura ben più elevata che non era in grado neanche di riconoscere in foto. Con il collega Sajeva mettemmo nero su bianco le nostre perplessità, scrivemmo che si stava imboccando una pista pericolosa, lo dicemmo al procuratore Tinebra (allora capo della procura, ndr), ai colleghi della procura». Che quelle di Scarantino fossero «fregnacce» venne fuori in modo incontrovertibile solo 17 anni dopo grazie a Gaspare Spatuzza. Boccassini ha aggiunto che «anche dopo le cose che avevamo scritto sono i pm a decidere di andare avanti». E fra quei pm c’è anche il pm eroe Di Matteo. Eppure la verità la si poteva afferrare già nel lontano 1995. Nel gennaio di quell’anno Di Matteo partecipa al confronto fra Scarantino e i boss Cancemi, La Barbera e Santo Di Matteo, che sbugiardano il falso pentito. Ma di quei verbali viene negata l’esistenza. Non vengono depositati né al primo processo Borsellino né all’udienza preliminare del Borsellino bis. Una traccia salta fuori al deposito degli atti quando spunta un foglietto dove si parla di quel confronto fra Scarantino e i boss. Ma i pm, che prima ne negano l’esistenza, ora li tengono da parte con la giustificazione che nulla hanno a che fare col processo in corso. Quando al dibattimento del Borellino bis altri pentiti, fra cui Ganci, fanno scattare nuovi arresti da parte del pm Di Matteo, nel mandato di cattura si riporta il confronto del gennaio 1995 fra Scarantino e Cancemi. Dunque non solo quei verbali esistono, ma riguardano il processo, perché Cancemi è uno degli imputati. Quei documenti che «sputtanano» Scarantino finiscono sotto gli occhi del giudice solo al Borsellino ter e solo grazie a un escamotage giudiziario degli avvocati difensori. Nonostante ne fosse ormai chiaro il contenuto, i pm, Di Matteo fra questi, negano ancora che riguardino il processo sulla strage. Gli avvocati denunciano le toghe per false dichiarazioni, e i pm, a loro volta, accusano i legali di calunnia. Il caso finisce alla procura di Torino, ma viene archiviato senza dare torto o ragione a nessuno. E non è tutto. Scarantino viene sentito dai giudici anche nel 1998 e smentisce se stesso ritirando la sua precedente versione dei fatti. Di Matteo dirà: «La ritrattazione dello Scarantino ha finito per avvalorare ancor di più le sue precedenti dichiarazioni». Oggi Riina viene intercettato in 41 bis mentre parla con Alberto Lo Russo, che secondo Repubblica è un affiliato alla malavita pugliese ma in realtà è legato ad apparati polizieschi. I dubbi crescono: Riina non sospetta di essere ascoltato? Perché tutto questo salta fuori proprio ora, a ridosso dell’attesa e importantissima deposizione della Boccassini? E infine, perché sulle minacce di Riina a un pm di Palermo indaga la stessa procura di Palermo? Perchè?
Innocenti in cella e verbali nascosti. Quando Di Matteo scivolò sul pentito
La difesa incondizionata del magistrato non può trasformarsi in un'«assoluzione» dei suoi fallimenti
