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«Giannini aiutato dai clan per mandare in B il Gallipoli»

Gli investigatori accusano l’ex capitano della Roma di frode sportiva con l’aggravante mafiosa

C’è anche il «principe» giallorosso Giuseppe Giannini - per anni capitano della Roma e pedina fondamentale dell’Italia del Ct Vicini a cavallo tra la fine degli ’80 e l’inizio dei ’90 - tra gli indagati della maxi inchiesta coordinata dalle distrettuali antimafia di Roma e Napoli contro il clan camorristico dei Contini.   Cupola Un nome «pesante» quello di Giannini, finito nell’inchiesta sulle infiltrazioni romane del clan campano, con l’accusa di «frode sportiva con l’aggravante della finalità mafiosa». I fatti contestati all’ex star del calcio - attualmente commissario tecnico della nazionale del Libano - risalgono alla stagione sportiva 2008-2009 quando il «principe» sedeva sulla panchina del Gallipoli, all’epoca dei fatti militante nel campionato di Lega Pro e sul punto di spiccare il volo verso la serie B.   Match Ed è proprio il risultato dell’ultima giornata di campionato che ha catturato l’attenzione degli investigatori: in quell’occasione la società salentina riuscì nell’impresa di battere, dopo una partita rocambolesca, il Real Marcianise, società sportiva dell’hinterland partenopeo. Vittoria che però - sostengono gli inquirenti - sarebbe stata ottenuta solo grazie all’interessamento degli uomini del clan finiti ieri in manette: Giannini risulta infatti indagato assieme a «Salvatore Righi, Tommaso Cristiano, Ivano Righi, Luigi Dimitri, Michele Murolo, Massimo Russo» perché «in corso tra loro e con più azioni esecutive di un medesimo disegno criminoso - si legge nel capo d’imputazione - al fine di raggiungere un risultato diverso da quello conseguente al corretto e leale svolgimento della competizione sportiva Gallipoli-Real Marcianise del 17 maggio 2009 valevole per il campionato di Lega Pro girone B, stagione 2008/2009, compivano atti fraudolenti». Accuse pesantissime che gettano altre ombre sul mondo del calcio, da anni sotto i riflettori della magistratura per reati legati alle combine sportive e alle infiltrazioni sempre più frequenti della criminalità organizzata. «Nello specifico - si legge ancora nell’ordinanza del gip - Salvatore Righi, Ivano Righi, Giuseppe Giannini, Luigi Dimitri, questi ultimi due rispettivamente allenatore e direttore sportivo del Gallipoli Calcio, attraverso l’intermediazione di Tommaso Cristiano, si accordavano tra loro per consegnare, come consegnavano, la somma di 50mila euro, a calciatori del Real Marcianise, tra cui Michele Murolo, Massimo Russo e altri non identificati, affinché questi si adoperassero - come si adoperavano - per il raggiungimento di un risultato comunque favorevole alla squadra salentina che in effetti si aggiudicava l’incontro con il risultato di 3 a 2 conseguendo la promozione nella serie superiore». Il tutto è contestato «con l’aggravante di aver commesso il fatto al fine di agevolare l’organizzazione camorristica denominata clan Contini che impiegava i propri proventi in scommesse illegali e legali legate agli esiti dei risultati sportivi».   Squadre di calcio È un mondo complesso quello che lega la criminalità organizzata a quello del pallone nostrano; un mondo che vedeva i Righi pienamente coinvolti: «A Napoli - scrivono gli inquirenti - la famiglia Righi ha negli anni mantenuto delle basi operative rappresentate da alcuni locali e dal Centro Sportivo e dalla Società Sportiva "Mariano Keller", titolare di una squadra di calcio attualmente militante nel campionato di Serie D girone H. Il mondo del calcio delle serie minori è un settore in cui i Righi hanno nel tempo investito per impiegare le ingenti somme di denaro nero a loro disposizione». Denaro che sarebbe servito anche per far vincere la squadra allenata dal «principe« Giuseppe Giannini.

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