Esiste un «caso Nicolò Pollari». A sbattere in faccia al Paese questa scomoda verità è la Corte costituzionale. Il generale Pollari si limita ad un misurato commento, com’è misurato ogni aspetto di un uomo che non ha più nulla di cui stupirsi: «È stata ristabilita la legalità non solo costituzionale. Si è restituita credibilità al Paese e alle istituzioni, evitando la grave ingiustizia di una condanna nei confronti di persone innocenti e impossibilitate a difendersi». Se vivessimo in un Paese normale, dell’Occidente libero e democratico, il «caso Nicolò Pollari» sarebbe già oggetto di studio per indagare fino a che punto può degradarsi una democrazia dove il sistema giustizia è letteralmente impazzito. Inneggiando ad una «nuova stagione per i diritti umani» (copyright Repubblica) un cittadino egiziano, Abu Omar, recentemente condannato dal gup di Milano a sei anni di carcere per associazione per delinquere con finalità di terrorismo internazionale, viene trasformato in un eroe nazionale. Nel contempo, un servitore dello Stato che ha giocato un ruolo chiave a capo dei servizi segreti italiani negli anni in cui scoppiavano le bombe a New York, Londra, Madrid (a Roma non è accaduto non perché non abbiano tentato), diventa il mostro, «l’uomo che si credeva intoccabile» (copyright sempre Repubblica). La condanna a dieci anni di carcere nei confronti dell’ex capo del Sismi arriva al termine di un annoso processo, di quelli che si celebrano soltanto nelle periferie del mondo. A Pollari viene letteralmente negato il diritto di difesa a causa di quel segreto di stato che ora la Consulta ammonisce essere stato violato ad opera dei magistrati del processo d’appello. I quali, senza tanti riguardi di garantismo giudiziario, hanno inflitto al generale Pollari dieci anni di reclusione ribaltando il precedente giudizio di proscioglimento. In primo grado infatti i giudici avevano dichiarato l’improcedibilità nei confronti di Pollari e Mancini proprio a causa della sussistenza del segreto di Stato. Nel corso delle udienze, che hanno puntellato incessantemente la vita di un uomo ormai settantenne al termine di un’onorata carriera, al generale Pollari non viene consentito chiamare in aula un solo testimone a suo discarico. Egli chiede ripetutamente di essere sciolto dal segreto per produrre i documenti (88 atti e strumenti riservati) in grado di scagionare lui e i suoi uomini. Tre presidenti del consiglio non politicamente affini - Prodi, Berlusconi e Monti - glielo vietano. Da uomo di Stato qual è il generale obbedisce. E assiste inerme ad una gigantesca campagna mediatica volta a delegittimare lui, il suo operato e quello dei suoi uomini. Mentre l'egiziano dei mille misteri viene eroificato, un'intera rete di informazione e sicurezza viene smantellata. Nomi e numeri di telefono finiscono sui giornali. I terroristi studiano e registrano. L'Italia si guadagna un imbarazzante primato nei confronti dell'alleato americano condannando gli «yankees» a pene che non saranno mai espiate. Il processo italiano a Cia e Sismi rimane un unicum a livello mondiale. Per riparare alle ripercussioni diplomatiche, Napolitano s'inventa la grazia nei confronti del colonnello statunitense Joseph Romano, dettata per l'appunto dalla ragione di Stato. Adesso la Consulta riporta un barlume di ragione, ricordando a chi l'aveva scordato che in una democrazia liberale il diritto di difesa non è un orpello di cui si possa fare a meno. Si apre così un nuovo capitolo della saga. È pronto il titolo: «Manicomio Italia». Annalisa Chirico
Il processo della follia ritrova la strada della legalità
Esiste un «caso Nicolò Pollari». A sbattere in faccia al Paese questa scomoda verità è la Corte costituzionale. Il generale Pollari si limita ad un misurato commento, com’è misurato ogni aspetto di...