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Chiacchierato amico di killer mafiosi e faccendieri

La storia di Ernesto Diotallevi è stata scritta prima della parola fine. Il vecchio boss di 69 anni pare sbucato dall’oblio. È uno dei quei personaggi rimasto incastrato in preciso un periodo...

La storia di Ernesto Diotallevi è stata scritta prima della parola fine. Il vecchio boss di 69 anni pare sbucato dall’oblio. È uno dei quei personaggi rimasto incastrato in preciso un periodo criminale, per cui archiviata quella stagione sembra quasi ovvio dimenticarsi dell’interessato e smetterlo di considerarlo vivo tra i vivi. Finanzieri e carabinieri ci tengono a precisare che dopo 31 anni hanno messo le mani sui suoi tesori, sulla sua casa di 14 stanze a Fontana di Trevi, a Roma. Ernesto Diotallevi è rimasto impigliato in molte inchieste, in grossi scandali senza mai essere condannato sul serio. Il suo nome è comparso nelle carte dell’82 sull’attentato a Milano all’ex vicepresidente del Banco Ambrosiano Roberto Rosone, sulla morte di Roberto Calvi avvenuta nello stesso anno a Londra (condannato solo perché gli procurò un passaporto falso), fino al recente presunto riciclaggio che nel 2012 lo ha visto coinvolto nell’inchiesta della magistratura romana che ha tirato in ballo pure un sacerdote. Diotallevi è un personaggio di spicco della criminalità romana: amico dell’ex cassiere della mafia Pippo Calò (arrestato nell’85), del faccendiere Flavio Carboni, in rapporti col superpentito Tommaso Buscetta (ispiratore del maxiprocesso a Cosa nostra iniziato nell’86, ora scomparso), sodale e socio in affari del killer della Magliana Danilo Abbruciati (ucciso nell’attentato a Rosone). Nei due decreti di sequestro, il giudice descrive uno per uno i rapporti pericolosi. Con Giuseppe Calò, «esponente di spicco di Cosa nostra, legato da rapporti di comparaggio con il Diotallevi che lo ha frequentato anche durante la lunga latitanza del Calò a Roma; va sottolineato come precise sono le indicazioni sul coinvolgimento del Diotallevi negli investimenti soprattutto immobiliari gestiti dal Calò». Con Danilo Abbruciati, della banda della Magliana: «Della figlia Daniela il Diotallevi emerge come padrino; va sottolineato come al momento della morte a seguito della sparatoria l’Abbruciati avesse con se una bustina di fiammiferi sui cui aveva annotato una utenza del Diotallevi». Con Flavio Carboni: «Diotallevi si è interessato a rilevanti investimenti immobiliari e alla gestione di Btp ricettati di rilevantissimo importo (oltre un miliardo di lire dell’epoca)».

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