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Choc al Cie, gli immigrati si cuciono la bocca

In otto protestano per la lunga permanenza. A guidarli un imam: domani sarà rimpatriato

In nome di Allah in cinque si sono cuciti la bocca per protesta. Un gesto choc voluto da un imam di 32 anni, tunisino, inscenato anche da altri tre suoi connazionali e quattro marocchini nel Centro di identificazione ed espulsione di Ponte Galeria, a Roma. Il medico li avrebbe lasciati così: li ha visitati e al momento non ci sarebbero complicazione, per cui non li ha scuciti. Sono tutti rinchiusi nella struttura di via Portuense dopo essere usciti dal carcere. Ieri mattina prima di mezzogiorno, smontando un accendino hanno utilizzato un ferro appuntito come ago e hanno passato il filo della coperta solo su un lato delle labbra, potendo aprire il resto almeno per bere e fumare. Una mossa ad effetto decisa dopo aver digiunato alcuni giorni, sperando che lo sciopero della fame attirasse l’attenzione su di loro. Invece no. Così dopo il caso degli immigrati nudi per la disinfezione, ripresi dal Tg2 nel Centro di accoglienza siciliano di Lampedusa, ieri è stata la volta del pasticciaccio nel Cie della Capitale. Due sono molto giovani, hanno vent’anni. Gli altri oltre trenta. Alle spalle hanno storie diverse. Domani l’imam deve aspettare che i poliziotti vengano a prenderlo e lo carichino sul primo aereo utile per il suo Paese. Un viaggio già previsto. Ma pare che il tunisino non voglia proprio andarsene. Mercoledì scorso ha incontrato gli operatori dell’ufficio del Garante dei detenuti del Lazio, che almeno una volta alla settimana vanno a sentire che aria tira direttamente dalla bocca degli ospiti del Cie. Qualche tempo fa ha lasciato il carcere di Civitavecchia per essere trasferito a quello di Mammagialla, a Viterbo, dove ha finito di scontare il tempo che doveva. Ha cercato il colloquio attraverso gli addetti del consorzio Axium che gestisce la cittadella degli immigrati e una rete di struttura d’assistenza. Fino al 2009 il direttore era della Croce rossa italiana: in prima battuta ha perso la gara d’appalto vinta dall’Axium, ha fatto ricorso al Tar, ha perso anche questo, rifacendosi poi al Consiglio di Stato che gli ha dato ragione ma non si sono volute cambiare le carte in tavola. Alla fine l’imam ha avuto l’incontro che voleva. Si è lamentato perché i soldi che aveva inviato ai suoi familiari non erano stati ancora ricevuti. Come mai? Da qui la protesta alla quale si sono associati pure gli altri. Anche loro hanno scontato la pena nelle patrie galere e ora aspettano di tornarsene da dove sono venuti. Dall’ufficio del garante dicono che se i penitenziari li identificassero come prevede la normativa è sicuro che non ci sarebbe motivo perché prima di andarsene dall’Italia passino nei Cie avviando la trafila burocratica dell’identificazione, iter che al massimo può durare 18 mesi. Cucirsi le labbra per gridare la propria protesta non è un fatto infrequente. Sempre al Cie di Roma è avvenuto circa dieci giorni fa, rimasto però tra le quattro mura. Non ci sono problemi di sovraffollamento. Al momento si contano 61 uomini e 29 donne, mentre la disponibilità di posti letto raggiunge quota 360. Il sindaco Ignazio marino commenta su Facebook: «La loro protesta ci impone con forza di riaprire il dibattito nazionale su questi luoghi disumani e su una legge, la Bossi-Fini, che equipara a criminali chi fugge da guerre, violenze e povertà. Non possiamo e non vogliamo abituarci alle tragedie. Dobbiamo, al contrario, impegnarci tutti contro l’indifferenza».

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