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Assolto il poliziotto che criticava Saviano

Finisce l’incubo per Vittorio Pisani che ha catturato i boss della camorra Era stato accusato dal pentito Lo Russo. I pm avevano chiesto quattro anni

C’è solo una cosa da fare, ora: chiedergli scusa. Perché l’assoluzione dell’ex capo della Mobile di Napoli, Vittorio Pisani, nel processo sui ristoranti della camorra, mette finalmente la parola fine alla campagna di veleno, insinuazioni e fango che il superpoliziotto calabrese ha dovuto subire in silenzio negli ultimi due anni. Stretto nella morsa delle accuse fantascientifiche del pentito Salvatore Lo Russo e delle ipotesi investigative che lo volevano complice dell’imprenditore Marco Iorio, considerato vicino a una famiglia di contrabbandieri e usurai, al quale avrebbe rivelato l’esistenza di un’inchiesta per riciclaggio mafioso a suo carico. Che fosse un processo destinato dapprima a scricchiolare e poi a collassare su se stesso s’era intuito quando, gli stessi pm che pure hanno invocato 4 anni di reclusione per Pisani, avevano chiesto e ottenuto l’archiviazione di altri due capi di imputazione scaturiti dai verbali di Lo Russo, uno che all’anagrafe di camorra è conosciuto come ’o capitone per l’abilità con cui riusciva a sgusciare dalle situazioni più critiche spesso sacrificando anche amici e parenti. Tra le tante cose, il collaboratore di giustizia aveva detto che per proteggere gli affari del suo clan aveva corrotto Pisani con robuste mazzette in occasione delle festività. In cambio dei soldi (circa 160mila euro contrabbandati dal boss come miracolose vincite al gioco), il dirigente di polizia avrebbe girato al largo utilizzandolo esclusivamente come informatore e rendendolo, praticamente, immune da qualsiasi attività giudiziaria. Solo e soltanto palate di fango. Pisani e la sua squadra, che ieri è esplosa in un urlo liberatorio di gioia alla lettura della sentenza in aula, hanno distrutto interi clan, prosciugato le fonti di finanziamento della camorra in doppiopetto, messo ai ceppi assassini, rapinatori seriali, stupratori, estorsori, trafficanti di droga e un numero incalcolabile di balordi e delinquenti del sottobosco criminale cittadino. E tutto senza che mai un’ombra, un sospetto ne oscurassero il lavoro, tranne quando il superpoliziotto osò nientemeno criticare la scorta a Roberto Saviano. Finendo per essere massacrati, lui e i suoi, dai professionisti dell’antimafia di carta. Poi, un giorno, arriva Lo Russo e spiega com’è che va la vita nella Questura vesuviana. Per quest’inchiesta, Pisani ha perso la guida della Mobile di Napoli. La Procura, con cui fino al giorno prima aveva collaborato, volle allontanarlo dalla città con un divieto di dimora. E oggi fa sorridere (amaro) l’espressione dialettale con cui l’allora procuratore Giovandomenico Lepore bollò l’indagine sul suo migliore investigatore. Disse che Vittorio aveva preso una «sciuliata», una scivolata. I giudici, ieri, hanno detto il contrario: e cioè che il fatto non sussiste. Passò allora allo Sco, dove - da indagato confinato a Roma - andò a stanare il boss dei boss casalesi, l’imprendibile Michele Zagaria. Un anno prima, quand'era ancora libero, sempre in provincia di Caserta, aveva ammanettato un altro «fantasma» di camorra, Antonio Iovine, latitante da oltre tredici anni. Ma nemmeno allo Sco stava bene, Pisani, per i sostituti procuratori di Napoli. Che chiesero e ottennero - mentre questori, prefetti, dirigenti di vertice della Pubblica sicurezza e lo stesso capo della polizia dell’epoca, Antonio Manganelli, venivano in aula a giurare che sull’onestà dello sbirro calabrese avrebbero messo la mano sul fuoco - che fosse trasferito all’Ufficio Immigrazione. Che è un po’ come far giocare Maradona nella squadra dell’oratorio, per intenderci. E lì è tuttora, e chissà se mai gli tornerà la voglia di fare polizia giudiziaria visto come vengono trattati quelli bravi come lui. Tante cose, che nulla c’entravano con i capi di imputazione che gli erano contestati, sono entrate nel processo alimentando un circus mediatico affamato di antieroi e diavoli dalla faccia pulita da sbattere in prima pagina. Un procedimento, a tal punto solido, che tra le fonti di prova c’era addirittura un’intervista dell’imputato a un quotidiano in cui parlava dei sistemi di riciclaggio dei professionisti collusi e dei colletti bianchi dei clan. Alla fine, il sipario giudiziario è calato, in totale, su undici assoluzioni e sei condanne. Ma i giudici hanno escluso per tutti l’aggravante della finalità mafiosa. In particolare i fratelli Marco, Massimiliano e Carmine Iorio sono stati condannati rispettivamente il primo a 5 anni e gli altri due a 4 anni di reclusione. La pena più alta è stata inflitta a Bruno Potenza (9 anni) per associazione a delinquere e usura. Sei anni a Salvatore Potenza, tre a Domenico Sarpa. E comunque hanno perso tutti, in questa storia. L’unica a vincere è stata la camorra. È stata liberata da uno sbirro come ce ne sono pochi in giro, ed è successo senza tritolo e pallottole.

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