Attualità

Colpe giudiziarie espiate a un prezzo troppo alto

Angelo Rizzoli raccontato dal suo avvocato Grazia Volo

Le telefonate della sera tardi e della mattina presto portano cattive notizie: «Angelo non c’è più». La voce desolata di Melania mi annunciava a mezzanotte la scomparsa di un amico di una vita. Un amico vero. Di quelli che, in una esistenza, s’incontrano così poche volte che, spesso, sbagliando, si sospetta che non esistano. Si dice, in momenti come questi, che delle persone che si amano non si vedono i difetti, non s’indulge a critiche e non se ne percepisce nemmeno la dimensione pubblica. Ma finché non ci troviamo a fare i conti con un'assenza, invece che con una presenza, non ce ne rendiamo conto. Finché non ci si ferma un attimo a pensare. E a ricordare. Angelo è - ho difficoltà a dire, è stato - una persona con cui ho condiviso un percorso lungo più di vent’anni. Di cui ho conosciuto la straordinaria forza di volontà e di vivere, l’ironia, la capacità di organizzare persone e relazioni, conversazioni e viaggi, e, ovviamente, anche le sue debolezze. Incredibilmente, malgrado la sua evidente difficoltà di movimento, era sempre pronto ad andare, vedere... ed era animato da un’incontenibile curiosità. Il mondo, però, giudica per altre cose, per responsabilità, per colpe, e l’immagine pubblica, molto spesso, non corrisponde a quella della sfera privata e più reale. La assorbe, vive di vita propria e tutti gli sforzi che pure si possono compiere per far prevalere l’essere sull’apparenza, sulla percezione che di noi hanno gli altri, non godono talvolta di sorte benigna. Io desidero solo ricordare il suo affetto per Melania, per i bambini e per gli amici che frequentavano la sua casa nutrendo per lui, e venendone ricambiati, sentimenti autentici e sinceri di stima, affetto, comprensione. Le colpe giudiziarie, se ci sono state, le ha espiate con un prezzo molto più alto di quanto non potessero valere. Anche in quel caso, lo ha fatto come il suo carattere, la sua educazione e la sua cultura gli imponevano di affrontare la situazione. E forse il suo cuore provato non ha retto all’insulto di questo ultimo terribile anno. Ora, di fronte alla morte, fare recriminazioni non ha più senso e, probabilmente, lo stesso Angelo non sarebbe d’accordo, perché questo è il momento dei ricordi bianchi, luminosi. Non di altro. Ma c’è una cosa, comunque, che in questa circostanza per me così dolorosa ritengo sia doveroso sottolineare. Forse, una maggiore attenzione all’uso della carcerazione preventiva avrebbe potuto fare stare oggi tutti più tranquilli e accettare con rassegnazione l’epilogo di una vita travagliata, ma anche piena di esperienze importanti. Un giorno, così, sovrappensiero, trovai un giornale tra le mani, inizia a sfogliarlo e mi imbattei in una sua intervista. Un passaggio, di quel botta e risposta, m’è rimasto dentro. Lo ricordo ora come allora: «Loro, i cavalieri bianchi senza macchia, sapevano bene che soffro di sclerosi multipla dal 1963. E che cosa può fare un malato con tre ordini di cattura sul capo, spogliato di tutto - reputazione, affetti, aziende, patrimonio, passaporto - e privato della libertà per più di 13 mesi, di cui tre passati in cella d’isolamento, neanche un giorno d’infermeria, né visite mediche, né cure specialistiche, sbattuto da un carcere all’altro, prima San Vittore, poi Como, poi Lodi, poi Bergamo, infine Rebibbia, allo scopo di fiaccarne il fisico e lo spirito?». Già: che cosa può fare un malato? Non lessi immediatamente la risposta alla domanda che Angelo, retoricamente, faceva a se stesso. Ma la immaginavo. Purtroppo sapevo che, dopo quel punto interrogativo, avrei trovato puntuali, secche, precise, chiare tre semplici parole: «Può solo morire». Io voglio ricordarlo però in un altro modo: sorridente, abbracciato ai bambini e a Melania. Tanto basta per il mio cuore.

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