Risolti i vecchi problemi per il comparto omeopatico, ecco che ne appaiono immediatamente di nuovi. Il gioco delle parti, tra le imprese omeopatiche, il ministero e l’Aifa, sembra non finire mai. L’ultima volta che ne abbiamo parlato vi era in corso una vera e propria guerra a colpi di tariffe tra Aifa e Omeoimprese. Una battaglia che rischiava di finire in tribunale ma che, alla luce delle ultime novità trapelate, sembra essersi risolta in un incontro a porte chiuse tenutosi il 9 ottobre al ministero, presenti tutte le parti in causa. Durate quell’incontro le tariffe di ri-registrazione hanno trovato una quadratura, infatti, a breve ci sarà una norma che le equiparerà al resto dell’Europa, evitando quindi alle aziende omeopatiche di sborsare cifre da capogiro per prodotti ormai in commercio da oltre 25 anni. Insomma, tutto sembra essersi volto per il meglio e pare che finalmente in Italia, come nel resto d’Europa, il mondo omeopatico venga normato in modo chiaro. Fino ad oggi, del resto, non si potevano registrare nuovi farmaci e quelli presenti sul mercato ci restavano grazie a un’autorizzazione generica. Nel settore c’è aria di positività, gli imprenditori hanno parole di elogio per questa svolta collaborativa di Aifa e intanto i cittadini, che si erano riuniti sotto il cappello di una petizione in difesa dell’omeopatia, in poche settimane hanno raggiunto quasi le 60 mila firme grazie al portale www.omeocom.it. Guardando così, il quadro assai complesso di quella che possiamo definire la «questione omeopatia», tutto sembrerebbe risolto. In realtà, dopo i complimenti e la consapevolezza che la strada intrapresa è finalmente quella giusta, molti si lamentano di richieste, nella compilazione dei dossier da presentare all’Aifa, quantomeno sconcertanti. L’errore in realtà è sempre lo stesso, considerare i farmaci omeopatici alla stregua di quelli tradizionali e perdere di vista il fatto che tutti i circa 11 mila farmaci presenti oggi sul mercato omeopatico lo sono da 25 anni e che qualunque effetto collaterale o problematica legata alla loro produzione avrebbe di certo fatto notizia in questi 25 anni. Senza considerare che è alquanto discutibile interessarsi di un problema solo dopo oltre due decenni. Nello specifico dal settore fanno sapere che i punti più dolenti nella realizzazione dei dossier, per procedere a questa registrazione, sono un paio. Il primo è quello della giustificazione dell’uso omeopatico, starebbe a dire trovare nella letteratura un principio che dimostri il perché si è deciso, 25 anni fa, di inserire quel tipo di materia prima nell’uso omeopatico. Questo risulta assai facile per i principi attivi «classici», meno per quelli frutto di ricerca e innovazione e che quindi non trovano nella storiografia quel determinato uso. Il secondo è il tema legato all’origine delle materie prime. Qui la questione è un po’ più complessa. Va tenuto conto che le aziende omeopatiche, come quelle farmaceutiche, sono fornite di una certificazione che garantisce la buona produzione (GMP). Secondo le aziende il pericolo è quello che l’Aifa possa chiedere questo certificato non solo a loro che producono il medicinale, ma anche ai loro fornitori come succede in campo allopatico. Il problema è che la maggior parte dei prodotti usati dall’omeopatia, come camomilla e zolfo, vengono prodotti da fornitori che hanno altri mercati e quindi nessun interesse ad avere quella tipologia di certificazione. Problema simile si riscontra per un’altra fetta di prodotti omeopatici, quelli che derivano da principi attivi più complessi come quelli biologici. Le imprese auspicano la stessa soluzione adottata in altri Paesi, dove la qualità dei prodotti viene garantita dall’azienda omeopatica e non dai suoi fornitori. L’ottimismo cresce nel settore, ma spaventano questi ultimi dettagli che potrebbero mettere a rischio per l’ennesima volta molti dei circa 11mila farmaci oggi in commercio, ma che entro il 2015 dovranno essere registrati.
L’ultimo scoglio dell’omeopatia
Nodo tariffe risolto. Dubbi sulle registrazioni
