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«Business enorme per le ecomafie»

Simone Di Meo «Che la criminalità mafiosa possa interessarsi alle bonifiche delle aree inquinate è nella forza delle cose. Sta a una gestione attenta, dal punto di vista amministrativo, evitare...

«Che la criminalità mafiosa possa interessarsi alle bonifiche delle aree inquinate è nella forza delle cose. Sta a una gestione attenta, dal punto di vista amministrativo, evitare che ciò avvenga». Mario Mori, ex comandante del Ros ed ex direttore del Servizio segreto civile, ieri ha spiegato ai bambini delle scuole di Castellammare di Stabia, nel Napoletano, com’è che funziona la lotta alla mafia intervenendo alla giornata di studio promossa dall’associazione LegalmenteItalia presieduta da Enzo Zurlo. Il Tempo lo ha incontrato a margine dei lavori mentre stringeva mani e si faceva immortalare, un po’ imbarazzato, dai flash delle foto ricordo. Generale Mori, il clan dei Casalesi ha interrato centinaia di migliaia di tonnellate di rifiuti pericolosi sotto campi coltivati e vicino alle falde acquifere. E, oggi, potrebbe chiudere il cerchio infiltrandosi nelle attività di riqualificazione ambientale. Com’è stato possibile questo scempio? Perché nessuno è intervenuto? «Se si riferisce a connivenze dirette, a "concorsi", come si dice in gergo tecnico, non penso che la camorra ne abbia avute. Ma molta gente, comprese la magistratura e le forze di polizia, non è intervenuta perché forse non aveva convenienza. Se n’è disinteressata. Certo è che, di fronte a un problema di queste dimensioni, siamo un po’ tutti colpevoli. Non possiamo dire: io non c’entro. L’ambiente è sicuramente un altro settore, oltre a quello tecnologico, su cui si sono lanciate e si lanceranno le mafie per ricavare profitti economici». Al Ros e al Sisde non le è mai capitato di affrontare questa emergenza criminale? «Me lo sono chiesto, ultimamente, cercando di fare mente locale. Ma tranne un breve studio e un intervento che feci in commissione parlamentare, quando guidavo il Servizio, non ricordo altro. Ho seguito distrattamente il fenomeno, sono sincero, anche perché non era una branca di nostro interesse. Ai tempi del Ros invece la priorità era la lotta diretta a Cosa nostra e qualche residuo di terrorismo. E questo, mi sembra, che sia in maniera specifica un problema di camorra più che di altre organizzazioni mafiose». Lei oggi è sotto processo per la cosiddetta trattativa tra Stato e mafia e, qualche mese fa, è stato assolto in primo grado dall’accusa di aver coperto la latitanza di Provenzano. Com’è che ci sono tante inchieste a suo carico? «Ho sempre detto che, vicende del genere, fanno parte dei rischi del mestiere. L’ho detto nel caso della casa di Totò Riina. Ho pensato di poterlo dire anche nella vicenda di Provenzano, ma adesso comincio a pensare che qualcuno ha sbagliato modo di gestire le sue vicende professionali. Mi riferisco alla Procura di Palermo. Non penso di essere un criminale e ritengo di meritare una valutazione più corretta della mia storia. Nelle lunghe motivazioni della sentenza di assoluzione, il presidente del tribunale mi scagiona e usa parole positive nei miei confronti». Perché lei dava e dà così fastidio? Qualcuno ha pensato che potesse entrare in politica? Che cosa l’ha portata al centro di questo devastante meccanismo giudiziario? «Con la politica non ho avuto approccio di alcuna natura. Certo, devo dire che ho un carattere non facile. Sono scorbutico. Anche al Papa rinfaccerei una stupidaggine, se la dicesse. E qualcuno non è molto propenso a sentirsi giudicato. Questo può essere un aspetto dell'analisi. La questione seria però è un’altra. C'è molta gente che ha sbagliato mestiere. Vede: si può fare il cronista, l'analista, lo scrittore e allora si fanno le interpretazioni che si vogliono, salvo poi risponderne personalmente. Ma quando gestisci le indagini, come magistrato o come polizia giudiziaria, ti devi limitare alla constatazione dei fatti. Altri devono fare le valutazioni». L'ex pm Antonio Ingroia, alla fine, il lavoro l’ha dovuto cambiare sul serio per restare in tema... «Io penso che, arrivati a un certo grado di successo, molti di noi, e può essere capitato anche a me, possano perdere la propria dimensione. E perdendola si commettono degli errori. Può darsi che lui sia incorso in questo tipo di fenomeno». Ci sono altri soggetti del genere in giro? «Certo. Ce ne sono tanti. Ce ne sono sempre di questi personaggi per l'Italia e per il mondo». Lei ha arrestato Totò Riina, ma oggi è alla sbarra a Palermo per aver trattato la resa dello Stato con Cosa nostra. Come se lo spiega? «La mia posizione è molto interessante, perché secondo la Procura sarei l’anello di congiunzione indispensabile tra la politica e la mafia. Senza di me, non c’è più collegamento tra mafia e politica. E fino ad ora non sono mai riusciti a dimostrare un legame con la politica né con Cosa nostra. Sa, non ero particolarmente apprezzato dal mondo politico perché ho detto quello che penso in ogni circostanza. E non sempre era positivo. Cosa nostra l’ho combattuta pesantemente. Le ho eliminato il capo». Quindi, la sua risposta, alla fine, qual è? «Di fronte a una vicenda come questa, le reazioni sono due: o ti abbatti o ti tiri su. Io ho provato la seconda reazione. Oggi sono in pensione, ma questo processo invece di farmi rallentare, mi ha dato modo di tenermi aggiornato e motivato. E, chiedo scusa per l’espressione, anche incazzato».

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