Migliaia sotto inchiesta. Ci sono siti, social network, stanze virtuali, bacheche dove la violenza sessuale si fa anche con un clic, un video, memorizzando sul computer le foto della vergogna. Sono i casi sui quali sta indagando il Centro nazionale di contrasto alla pedopornografia online della polizia postale e delle telecomunicazioni. La dirigente è Elvira D’Amato. Gli investigatori della Rete lavorano sotto copertura, s’infiltrano nel cyberspazio, si fingono giovani e calano l’amo nel web, conversando con gli orchi che si nascondono dietro lo schermo, cercando di farli uscire allo scoperto prima che abusino. I pc si possono anche intercettare, come si fa con i telefoni cellulari. Finora sono 1603 i siti finiti nella black list, dove si consumava sesso proibito. Nel 2011 ci sono stati 49 arresti, 777 denunciati e 12 minori vittime. L’anno dopo rispettivamente 78, 327, 27 minorenni finiti nei giri porno e 37 coetanei adescati, che hanno rischiato la brutta sorte. Nel 2013 a oggi i numeri sono: 40 arresti, 201 denunciati, sei minori vittime e 14 adescati. Ma migliaia di spazi dello sconfinato mondo virtuale sui quali la Polpost sta indagando. Dottoressa D’Amato, a vedere le cifre sembra che il fenomeno sia in calo? «È riduttivo parlare di numeri, ma le assicuro che stiamo lavorando. È cambiata la qualità dell’intervento. Non ci si limita a cercare di identificare e indagare chi ha nel proprio pc foto pedopornografiche. Si cerca di passare al livello successivo. Ecco perché lavoriamo sotto copertura». Cioè come lavora un poliziotto della Rete? «Si fa in tandem, secondo un’organizzazione multidisciplinare. Abbiamo direttori tecnici, ingegneri informatici, laureati in Legge e psicologi della polizia che tratteggiano il profilo del soggetto sul quale stiamo indagando. Non solo. Ci sono esperti che affiancano gli investigatori e li aiutano a metabolizzare la visione della enorme mole di materiale visto e spiega come impostare la falsa identità che viene assunta». La brutta storia delle due baby squillo dei Parioli, a Roma, ha tolto il velo al fenomeno? È più diffuso di quanto si pensi? «Su Internet il materiale porno si produce. I pedofili riescono a sedurre e convincere. Cominciano col dimostrarsi in sintonia con il minore. Poi gli chiedono di mostrarsi in video, un po’ alla volta. Fino a quando non arrivano a minacciare di diffondere in Rete il materiale hard. Un vero e proprio ricatto che vuole arrivare all’incontro fisico tre i due. Ma riversare sul web immagini particolari può essere anche una sorta di vendetta contro l’ex partner, o l’amica di scuola antipatica. È stalking, è bullismo. L’età di chi commette abusi su internet sta cambiando. Prima era tra i 30 e i 40 anni. Ora la fascia si sta abbassando. Comunque la cosa importante è arrivare a chi abusa». Non riveli i trucchi, ma da dove si comincia? «Si possono mettere in rilievo immagini per vedere se l’eventuale violenza è stata girata in Italia, magari vedendo se nell’ambiente è appeso un calendario, soffermandosi sul marchio di un vestito facendo poi una ricerca merceologica, o controllando la forma delle prese elettriche. Un lavoro di analisi che svolgiamo anche sugli apparecchi elettronici sequestrati in altre operazioni di polizia, di cui bisogna setacciarne la memoria. Inoltre il nostro lavoro avviene in perfetta sintonia con l’Interpol, aggiornando in tempo reale la banca dati e inserendo le immagini di chi si vuole identificare». Il caso che l’ha più colpita? «Nel 2008, a Ferrara. Un regista italiano che confezionava book fotografici erotici con bambini di 5-6 anni». Una volta scoperti? «Molti si sentono liberati».
«Sono migliaia le bacheche hot frequentate dai più giovani»
Fabio Di Chiof.dichio@iltempo.it Migliaia sotto inchiesta. Ci sono siti, social network, stanze virtuali, bacheche dove la violenza sessuale si fa anche con un clic, un video, memorizzando sul...