Banda non larghissima

Schlein e l’ultimo miglio. Non sarà mica il miglio verde?

«Andiamo a vincere» ma non si sa ancora chi corre, dove, con chi e per fare cosa, ma la segretaria mostra una certa sicurezza

KL’ultimo miglio. Concetto da atleta, da pellegrino, da posatore di cavi. Elly Schlein lo evoca e già si dovrebbero sentire lo scricchiolio delle scarpe sul rettilineo finale e il fruscio del nastro sul traguardo pronto a strapparsi sul petto della campionessa. E poi la fanfara, le foto celebrative, il podio già montato a Palazzo Chigi. «Adesso c’è l’ultimo importante miglio di questa sfida». E «andiamo a vincere». Peccato che non si sappia ancora chi corre, dove, con chi e per fare cosa una volta eventualmente arrivato.

Questo miglio terminale ha una curiosa proprietà geografica: si pretende che esista in assenza di tutti i precedenti, quelli che avrebbero dovuto produrre un programma, un leader, un metodo per sceglierlo e, volendo proprio essere pignoli, l’elenco degli ammessi alla partenza. Manca la Via della Seta, più che l’ultimo miglio. Ma Schlein, più forte di ogni geometria, lo vede, e bisogna riconoscerle almeno la potenza ottica, o immaginifica. All’osservatore non democraticamente illuminato pare di distinguere null’altro che un cantiere aperto e immobile, ma nella topografia del trionfo la segretaria del Pd scorge la volata. Prodigi della realtà propagandisticamente aumentata, con la scritta in sovrimpressione «destinazione giuramento al Quirinale» mentre si urta, in modalità testardamente unitaria, il mignolino contro il tavolino della sala riunioni della propria corrente interna.

Schlein pare avere una fiducia commovente nella misura anglosassone. Un miglio fa meno uscita sbagliata sul raccordo anulare e più Churchill o, per chi si accontenta, più Obama. Ma l’ultimo miglio è formula tecnologica, oltre che podistica. L’ultimo miglio è pure il tratto che separa la dorsale dall’allaccio casalingo, la performance stellare dello spot dalla povertà del modem domestico, il paradiso pubblicitario dalla disgrazia privata, il servizio efficiente dalla chiamata incazzata al call center. La fibra corre sotto le città, luccica nelle réclame, viene venduta con la proiezione di famiglie radiosamente collegate, nonne estasiate in videoconferenza e bambini ispirati che scaricano il futuro. Poi arriva il tecnico, contempla una matassa di rame color fango, scuote la testa e ti lascia attaccato al doppino dei Borboni. Paghi la velocità della luce e ricevi il trotto del somaro. Ecco il campo largo quando incontra il citofono dell’elettore: banda non larghissima, quasi allo sbando, segnale intermittente, password errata. E occhio alla semantica americana: oltre all’ultimo miglio c’è il miglio verde, il corridoio percorso lentamente dai condannati a morte immaginato da Stephen King nel romanzo e poi traslocato nell’omonimo film. Qui, per fortuna, l’esecuzione sarebbe soltanto politica e simbolica: nessuna sedia elettrica, al massimo niente poltrona. Ma tra l’ultimo miglio annunciato dalla segretaria dem e il miglio verde delle urne la distanza può accorciarsi con fragore. Basta che la presunta alleanza progressista continui a instradare l’offerta sulla propria rete con giga antifascisti illimitati. Apprezzata soprattutto dagli avversari: finché l’ultimo miglio è questa roba, per loro è vacanza.

La rotellina del centrosinistra gira. Caricamento dell’alternativa in corso. Il sistema cerca il programma e non lo trova. Cerca il candidato e restituisce una schermata bianca. Cerca gli alleati e trova solo cookie di terzi. Collegamento non riuscito. Riprova. Non disconnettere il dispositivo. Riprova. Impossibile stabilire la connessione. Riprova. Sono stanco, capo.

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