C’è una guerra sotterranea tra l’Italia e il mondo delle multinazionali del web. C’è un sistema che non è regolamentato e che produce fatturato per milioni di euro. E c’è un deputato del Partito Democratico, Francesco Boccia, presidente della commissione Bilancio della Camera che cerca di reperire qualche miliardo di euro un più dalla Legge di stabilità in discussione al Senato. L’idea è quella di frenare lo strapotere nell’e-commerce di aziende come Google, Amazon, Apple, Yahoo che incassano in pubblicità e vendita dal nostro paese senza pagare un euro di tasse per il semplice fatto che fatturano attraverso società controllate che si trovano in stati con un minore carico fiscale, come il Lussemburgo o l’Irlanda. Tutto questo procedimento, che negli ultimi giorni ha infiammato il dibattito politico, prende il nome di Google Tax. È delle ultime ore la notizia che Boccia ha intenzione di presentare un emendamento alla legge per bloccare il saccheggio di immagini, articoli e video da Internet. E questa decisione si aggiunge alla precedente volontà di introdurre l'obbligo da parte dei consumatori di acquistare online esclusivamente da soggetti titolari di partita Iva italiana. Soltanto in questo modo, afferma l'onorevole Boccia, si può contrastare il dumping elettronico e di conseguenza difendere il commercio, la produzione e l'occupazione in Italia. Altrimenti sarebbe come acquistare prodotti di contrabbando o da un mercato parallelo. La trattativa è seguita molto da vicino dai vertici del Pd. Guglielmo Epifani si dichiara favorevole, così come Matteo Renzi e lo stesso Enrico Letta. Un modo per tenere la politica fiscale al passo con i tempi, difendendo il made in Italy. Con il sostegno del Presidente del Consiglio, la proposta è passata all'esame del Senato, ma ci sarà bisogno di un appoggio bipartisan anche da parte del Pdl perché il provvedimento possa diventare legge. Da più parti sono già sorte critiche. Il periodico Forbes si è spinto a dichiarare la Google Tax come illegittima in quanto violerebbe i principi stessi dell'Unione Europea. Se infatti uno dei tratti caratteristici dell'Ue è il mercato unico, che permette di condurre business liberamente da uno stato all'altro, sarebbe contrario al Trattato di Roma impedire a una società con sede in Lussemburgo (seppur controllata da una multinazionale americana) di vendere liberamente i propri servizi in Italia. Il fatto che il fisco non ne tragga alcun gettito fa solo parte delle regole riconosciute dalla comunità internazionale. E la soluzione italiana sarebbe solo un tentativo furbesco di aggirare le norme europee. La lobby del web contesta una presunta violazione, laddove si riconosca la libera circolazione di merci, servizi, persone e capitali. E chiama in causa Bruxelles, reclamando un intervento contro le nuove frontiere fiscali. In attesa che l'Europa armonizzi le sue normative fra i paesi membri anche in questa materia, è opportuno tutelare gli interessi nazionali a condizioni di reciprocità, per non favorire quelli delle multinazionali o degli operatori americani del settore, spiega il presidente della Commissione Bilancio della Camera nella sua relazione. La risposta di Boccia è chiara: «La proposta di fiscalità della rete tra Iva e imposta sul reddito attraverso la web-tax è in linea con il dibattito che sta coinvolgendo anche altri paesi europei, vedi il caso della Francia o della Gran Bretagna». L’onorevole afferma che l'Unione Europea deve prendere posizione, ma che è nostro dovere tutelare le imprese italiane. «Quello a cui stiamo assistendo è il classico esempio di concorrenza sleale». La società che tra tutte rischia maggiormente è Google. La stessa compagnia che appena un mese fa si impegnava a investire nel nostro paese, che prometteva occupazione giovanile e che si vedeva costretta poi a fare marcia indietro per l'insufficiente presenza di banda larga. Lo scorso ottobre, l'executive chairman (presidente del consiglio di amministrazione) Eric Shmidt dichiarava: «L'Italia è straordinaria e se questa straordinarietà riusciamo a portarla online, un piccolo pezzettino per volta, ne deriverà un grande contributo alla crescita del paese. E noi siamo qui per fare la nostra parte». Oggi, potrebbe non pensarla più così.
L’Italia dichiara guerra ai giganti di internet
Allo studio una legge che incastra Google
