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I predicatori itineranti, santoni dell’Islam Recitano il Corano e arruolano estremisti

Seminatori d’odio, predicatori, estremisti. Sono gli oscuri personaggi che in qualche modo tirano le fila dell’estremismo islamico che poi sfocia nel terrorismo

Seminatori d’odio, predicatori, estremisti. Sono gli oscuri personaggi che in qualche modo tirano le fila dell’estremismo islamico che poi sfocia nel terrorismo. È questa, forse, l’immagine più comune e frequente dei tabligh, il movimento di predicatori itineranti che cercano di risvegliare la fede nei musulmani più "tiepidi". Il movimento, originario del Pakistan, nasce come gruppo di predicazione, votato all’espansione dell’Islam e alla preghiera, pacifista e sovranazionale. Al suo interno operano i "monaci", impropriamente tradotti dall’arabo tabligh, ed intesi come "predicatori". Il fulcro della loro dottrina, però, è tutt’altro che violento e si basa su sei punti fondamentali: preghiera, studio, ricordo continuo di Dio, generosità, predicazione, missione. Nei Paesi occidentali, dove forte è la presenza delle comunità islamiche, la loro figura in alcuni casi è addirittura garanzia di ordine, disciplina e di lotta alla criminalità e alla droga. La devianza di alcuni militanti del movimento verso il terrorismo, però, che si basa fondamentalmente sulla paura del contagio da parte dell’odiato-amato Occidente, trasforma il messaggio dei predicatori, dirigendolo verso attività di proselitismo e indottrinamento che non attengono alla vera missione dei tabligh. Ed è proprio sui personaggi più deboli psicologicamente e socialmente più disagiati che è rivolta l’opera di indottrinamento verso attività terroristiche. Nelle moschee semiclandestine, dunque, possono nascondersi predicatori d’odio, che reclutano e indottrinano mujaheddin pronti al martirio.   A Roma, i centri islamici all’attenzione delle forze dell’ordine per possibili presenze di predicatori d’odio sono l’associazione culturale islamica "Masjeed e Makki" nel quartiere Pigneto e “Masjeed al Rahma” a Ponte di Nona e a Tivoli. Un’attività di infiltrazione svolta dalle forze di polizia tra il 2000 e il 2002, a Roma, portò all’arresto di tre persone e svelò il processo di indottrinamento e reclutamento di potenziali terroristi. Sistemi giudicati dagli investigatori validi anche oggi. L’operazione di "intrusione" negli ambienti dei numerosi centri di preghiera e di ritrovo dei musulmani romani, quasi sempre garage, sottoscala e scantinati chiamati "moschea”, infatti, portò al censimento di numerosi luoghi a rischio e all’identificazione dei responsabili, gli autoproclamati imam. Nella maggior parte dei casi, le moschee, all’epoca clandestine, erano punti di riferimento e di ritrovo per immigrati di origine araba. Nei dintorni di questi luoghi, infatti, originariamente destinati alla preghiera, la presenza di "sentinelle" e "pali" segnalava che nei sottoscala spesso si poteva trovare qualche soggetto "a rischio", qualche estremista proveniente da questo o quel Paese islamico, giunto a Roma per l’indottrinamento o anche solo per perorare la raccolta di fondi a favore dei movimenti islamisti. A distanza di anni la situazione pare non essere cambiata. Il fenomeno persiste.

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