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La strage di Ustica vale 265 milioni di euro

Condannati i ministeri di Difesa e Trasporti a risarcire l’azienda Itavia per il Dc9 precipitato

La strage di Ustica vale 265 milioni di euro

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Lo Stato italiano dovrà pagare oltre 265 milioni di euro alla società Aerolinee Itavia per «omessa attività di controllo e sorveglianza della complessa e pericolosa situazione venutasi a creare nei cieli di Ustica» la sera del 27 giugno del 1980. La Corte d’appello di Roma, individuando nel lancio di un missile (smentito da tutte le perizie processuali, che evidenziano le mancate tracce di aerei sui radar e impatti sulla carlinga) «la causa più probabile della strage» in cui morirono 81 persone, ha condannato i ministeri della Difesa e dei Trasporti a risarcire la compagnia Itavia per il disastro aereo che coinvolse il DC 9 di sua proprietà, decollato dall’aeroporto di Bologna, diretto a Palermo e scomparso nelle acque al largo dell’isola di Ustica. La società - attualmente in amministrazione straordinaria - aveva fatto causa allo Stato già nell’aprile del 1981, chiedendo ai dicasteri della Difesa, dei Trasporti e dell’Interno un risarcimento di 108 milioni e 71 mila euro (più gli interessi e la rivalutazione monetaria), pari all’ammontare dei debiti dell’Itavia spa al 21 dicembre del 2000. I legali sostenevano infatti che la causa scatenante della crisi finanziaria della compagnia fosse stato il disastro aereo. Il giudice di primo grado, un avvocato aggregato presso il Tribunale di Roma (Goa), ha accolto la domanda risarcitoria. «Il DC 9 è stato intercettato e abbattuto da un missile dotato molto probabilmente di una testa di guerra - si legge nella sentenza del 26 luglio 2003 - La contemporanea circolazione di un altro aereo (ovvero di due altri aerei) lungo la stessa rotta assegnata poco tempo prima della caduta dell’aereo Itavia è quindi un fatto colposo imputabile in concorso ai tre ministeri». L’avvocatura dello Stato è ricorsa in secondo grado sostenendo che non erano state sottoposte ad attento vaglio critico tutte le diverse ipotesi emerse nel corso del procedimento penale. La Corte d’appello di Roma, con sentenza depositata il 23 luglio del 2007, ha accolto le ragioni dell’appello e rigettato la domanda risarcitoria dell’Itavia, ritenendo che erano «oggettivamente opinabili le certezze espresse dal primo giudice sulle cause del sinistro». Nel maggio del 2009, però, la Corte di Cassazione ha rinviato il fascicolo ai giudici di secondo grado, chiedendone una nuova pronuncia. Secondo il principio del «più probabile che non», il collegio della seconda sezione civile ha ritenuto "fortemente plausibile la presenza di altri aerei nelle immediate vicinanze del DC 9» e che «tale circostanza faccia propendere per l’ipotesi che sia stato lanciato un missile, piuttosto che per la tesi della bomba». «In tale prospettiva - si legge nella sentenza emessa il primo agosto del 2012 - si accerta la responsabilità dei ministeri della Difesa e dei Trasporti. Il primo ha l’obbligo infatti di impedire l’accesso di aerei non autorizzati o nemici. Il secondo ha il dovere di garantire l’assistenza e la sicurezza del volo. Né si può far ricorso a un’imprevedibilità o straordinarietà dell'evento». Per quanto riguarda invece il risarcimento del danno, i giudici d’appello hanno condannato il 10 settembre scorso i due dicasteri a pagare all’Itavia 27 milioni e mezzo di euro per la perdita economica derivata dal disastro aereo, alla quale si sommano gli interessi e la rivalutazione monetaria, per un totale di 265.154.431 euro. «Nonostante questo lungo iter processuale restano in piedi diversi interrogativi - spiega il generale dell’Aeronautica Vincenzo Ruggero Manca, membro della "Commissione stragi" dell’epoca - La sensazione è che il giudice civile sia arrivato a conclusioni delle quali non si ha la minima certezza nemmeno in sede penale».

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