Eravamo la culla del Mediterraneo, siamo diventati il catafalco per le bare di centinaia di povericristi in cerca di speranza che affogano nella disperazione. Continua il recupero dei corpi a Lampedusa, è stato arrestato lo scafista tunisino e oggi Letta, Alfano e Barroso saranno sull’isola per parlare di un piano sicurezza per il Mediterraneo, ma polemiche e retorica non si fermano. E soprattutto continua il dibattito a suon di buonismo per demolire la legge Bossi-Fini. Nessuno chiude gli occhi davanti ai sacchi neri con dentro i morti distesi sul molo dell’isola, nessuno dimentica quelle piccole casse con dentro i bambini che avevano il diritto di vivere un’infanzia degna di questo nome.... Però il naufragio, il lutto, gli scafisti delinquenti non sono colpa della Bossi-Fini, una legge che cerca di regolare l’immigrazione con l’obiettivo di arginare la clandestinità, che prevede le pene per i trafficanti di disperati con l’obiettivo di farli entrare illegalmente nel nostro Paese e che invece non punisce chi soccorre immigrati in condizioni di bisogno, naufraghi o già sulla terra. Una legge serve per stabilire delle regole di integrazione e non certo per dimostrare quello che non siamo. Non siamo razzisti noi italiani, figli di un Paese invaso nei secoli da Nord a Sud con legami e incroci con celtici, arabi e normanni. Abbiamo apprezzato (ormai nel secolo scorso) l’accordo di Schengen, ma non pensavamo allora che il nostro meridione, in particolare la Sicilia con le sue isole, diventasse una frontiera da presidiare, un confine dove dimostrare la nostra sovranità nazionale, una porta verso l’Europa da lasciare aperta per consentire il passaggio di chi scappa dalla propria terra per povertà. La solidarietà e l’accoglienza non si discutono, non abbiamo mai sbattuto le porte in faccia a nessuno, fin dagli anni sessanta quando centinaia di russi e polacchi riempivano i campi profughi di Trieste o Latina. Ora l’Europa si accorge di aver lasciato sola l’Italia non solo a raccogliere i cadaveri in mare e a gestire gli scafisti senza scrupoli, ma soprattutto ad aiutare chi si è salvato, a dargli vitto e alloggio, a consentirgli di vivere in attesa del trasferimento verso una sede definitiva facendo i conti con i pochi finanziamenti a disposizione. Facendo anche i conti con quel populismo facile quando la crisi morde e siamo noi italiani a non avere i soldi per arrivare a fine mese o non poter permetterci più una serata al ristorante o un cinema o un paio di scarpe nuove... Non ci piace il buonismo e nemmeno la retorica perché le nostre proteste si fermano sempre dove comincia il nostro cuore grande. È per questo che non capiamo di che cosa dovremmo vergognarci e non capiamo a chi fosse rivolto quel grido lanciato da papa Francesco a dal presidente Napolitano. Re Giorgio ha poi quasi uniformato il concetto di accoglienza a quello di asilo politico praticamente in concordanza con il trattato di Dublino che obbliga il primo Paese di approdo a prendersi carico dei profughi. Lo facciamo, nel nostro piccolo... Forse Francesco con il suo urlo ci dice di aiutare gli immigrati a vivere bene nel loro Paese? A mettere fine ai viaggi dei mercanti di vite umane? Forse voleva urlare non solo all’Italia ma a tutta l’Europa che non possiamo soltanto aspettare ma dobbiamo andare a vedere come vivono male nelle altre nazioni, come le primavere arabe altro non sono che guerre civili, come la sconfitta di Gheddafi altro non è stato che il trionfo di lotte fra tribù? La vergogna è non avere la capacità di tornare in Africa e renderla accogliente. Per i suoi figli.
Gli italiani non temono vergogna
ImmigrazioneIl nostro Paese è la frontiera per i flussi migratori verso l’Europa Siamo soli a dover recuperare i naufraghi e a dover dare accoglienza ai superstiti
