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Bossi-Fini, così la Kyenge non ha fermato la tratta

Nessuna firma del ministro sul referendum per i clandestini

Perché il ministro per l’Integrazione Cecile Kyenge non firma i referendum radicali per l’abrogazione della Bossi-Fini? Perché il politico che, più di tutti, si è battuto per i diritti dei migranti, non ha speso una sola parola contro la legge sull’immigrazione clandestina invitando i cittadini a sottoscrivere lo specifico invito radicale? Se lo chiedono tutti, soprattutto quelli che nella sede del partito di Marco Pannella hanno contato i brogliacci e che purtroppo non hanno riscontri sulla firma del ministro su uno dei sei questiti per i i diritti civili. In tarda serata la conferma definitiva del suo entourage: «No, non li ha firmati». Nei giorni scorsi la Kyenge in realtà ha provato a spiegare la sua posizione. Ma non è che ci sia riuscita benissimo. «Io devo tener conto di tutte le proposte, devo ascoltare tutti - ha detto rispondendo a una domanda di un giornalista sul punto - e credo che il dialogo, il confronto e la condivisione devono essere un elemento fondamentale per arrivare a una riforma». Ha detto proprio così. Chiunque può riascoltarla sul sito di Radio Radicale: poche idee ma confuse, quelle del ministro per l’Integrazione perché sperare di raggiungere l’unanimità sull’abolizione di una legge è il primo passo per lasciarla così com’è. «Come istituzione devo onorare la mia carica e cercare di dire che rappresento ogni cittadino», ha aggiunto senza però migliorare la resa del ragionamento. Un atteggiamento guardingo, quello della Kyenge, che ha spinto il segretario dei Radicali Mario Staderini a invitarla ufficialmente a firmare i referendum perché «aprire il dibattito circa la modifica della legge Bossi-Fini è un atto di responsabilità da parte del ministro». Che, a dirla tutta, in questo gioco a nascondino è tutt’altro che sola. Il governatore della Puglia, Nichi Vendola, leader di SeL, ha sì firmato ma non ha arringato le truppe rosse. Più che i gazebo per la raccolta delle firme, quelli di Sel (compresa la presidentessa della Camera Laura Boldrini che è stata assai loquace negli ultimi tempi) hanno mobilitato le agenzie di stampa su Lampedusa. Un po’ pigro è stato anche il gemello di falce e martello Paolo Ferrero, che da segretario del Prc ha tuonato: «L’indifferenza delle istituzioni è assordante: bisogna fare subito qualcosa». Appunto. C’era da sostenere la battaglia radicale, ma ormai è inutile: i quesiti sull’immigrazione non hanno raggiunto il quorum di firme, e il referendum non potrà essere votato. A dire il vero, nemmeno sul fronte Pd la situazione è assai diversa. Certo, alcuni hanno firmato, ma un atto politico di sostegno alla battaglia radicale - come quello del Pdl sulla giustizia, per dirne una - non è mai arrivato. Hanno preferito esercitarsi sulla retorica del dramma della solitudine e dei viaggi della speranza. Né il segretario democrat Guglielmo Epifani («Dobbiamo impegnarci di più») né la responsabile immigrazione Livia Turco («Basta con le parole») né il rottamatore Matteo Renzi («Da domani via la Bossi Fini») si sono visti in piazza quando c’era da rimboccarsi le maniche. E che dire della Rosy Bindi? E del ministro Graziano Delrio? E di Anna Finocchiaro? Non pervenuti sul fronte referendario, ma in prima fila per commentare l’affondamento del barcone. Così come Susanna Camusso («Siamo un Paese che non sa trovare le risposte giuste»). O come Romano Prodi («Mi unisco al dolore e allo sdegno»). Hanno tutti avuto modo di esprimere parole cariche di lirismo per piangere i morti al largo dell’isola dei Conigli, ma nient’altro. Sulla proposta referendaria hanno girato al largo. Don Luigi Ciotti, il padre dell’associazione Libera, ha scritto in una lettera, a proposito del naufragio di Lampedusa, che «è il giorno della corresponsabilità. Una corresponsabilità che è innanzitutto serio ascolto delle coscienze, riconoscimento delle nostre omissioni e delle nostre stanche parole». Ma neanche dall’associazione antimafia è arrivato quell’aiuto pubblico, di sostegno ai referendum, che poteva essere fondamentale. Allora, non ha proprio tutti i torti la radicale Rita Bernardini a denunciare: «Purtroppo possiamo consegnare al voto popolare degli italiani solo i referendum sulla giustizia. Da parte della sinistra non è arrivato alcun apporto per poter votare gli altri referendum». Ora sono tutti a Lampedusa, chi poteva iniziare a contribuire a fermare le strag delle carrette in mare ai banchetti non s’è visto.

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