Fuori i turisti passeggiano allegri lungo le «pittoresche» strade di Trastevere. Ma «dentro», in via della Lungara, è «un inferno per vivi», come il segretario del Sappe Donato Capece definisce il carcere di Regina Coeli, uno dei più vetusti, malandati e antieconomici di tutta la Penisola. Un penitenziario che in un paese civile sarebbe già chiuso da tempo. Sorto dove c’era un convento seicentesco, il penitenziario giudiziale il 31 agosto ospitava 1052 detenuti. Gli agenti in servizio, che condividono lo squallido ambiente dei galeotti e assorbono la tensione causata dal sovraffollamento e dalle condizioni inumane della struttura, sono 481 sui 623 previsti. Non solo. Di notte ce ne sono al massimo 25 e non ce la fanno a tenere sotto controllo tutti gli otto reparti. La capienza prevista, invece, è di 580 persone, un po’ più della metà di quelle presenti. Tanto è vero che ogni mese viene praticato il cosiddetto «sfollamento», cioè una parte degli «ospiti» vengono trasferiti in altre strutture della regione. Ma si tratta di un palliativo, una misura-tampone che non risolve nulla. La situazione è insostenibile, anche se la posizione centrale della struttura è comoda i magistrati e per gli stessi agenti. La prigione di via della Lungara, inoltre, è una sorta di melting pot promiscuo. In molte delle sue sezioni convivono fianco a fianco detenuti con posizioni giuridiche diverse, imputati insieme con i condannati, e condannati a pene superiori ai vent’anni che non dovrebbero stare lì. Per non parlare delle etnie. Alcuni galeotti stranieri non parlano neanche la lingua madre ma un dialetto incomprensibile e, di conseguenza, per gli agenti della penitenziaria (che non hanno mai potuto usufruire neanche di un corso di inglese) è praticamente impossibile comunicare con loro. Il 30 giugno scorso gli stranieri comunitari ed extra erano 588. Quasi tutti costretti a restare dietro le sbarre più di venti ore su ventiquattro, fatta eccezione per le due d’aria, non di rado suddivise in «turni» da 30 minuti a testa, e le due di «socialità» al chiuso. E pensare che L’Europa ci imporrebbe di far trascorrere ai detenuti otto ore al giorno fuori dalla cella. Il penitenziario è così pieno che una cella di quattro metri quadrati è occupata da sei persone e nell’ex saletta ricreativa vivono ben dieci prigionieri. Il «carcere dei romani» è costato dieci milioni di euro di ritrutturazione in dieci anni ed è soggetto a interventi continui di ordinaria manutenzione che costano altrettanto ogni dodici mesi. Il risultato non è confortante. Anzi. A parte qualche eccezione, come la sezione «Nuovi giunti» (dove si aspetta il trasferimento nei reparti), la struttura è vecchia, cadente, insalubre e, come si dice oggi, estremamente «degradata». Il direttore è a mezzo servizio e passa la maggior parte del tempo a Rebibbia. E, ricorda sempre il segretario del sindacato degli agenti di penitenziaria Capece, «il centro clinico ha due sale operatorie pagate anche quelle milioni di euro e mai utilizzate». Uno spreco, uno sfacelo, una prigione inutile, se non dannosa. Ma, allora, perché non chiuderla definitivamente? L’idea era già venuta alla fine dell’Ottocento, poi fu raccolta ai primi del Novecento da Mussolini, che nel 1936 fece stanziare fondi per costruire una nuova struttura nella zona di Boccea. Quindi tornò in auge quando venne edificata Rebibbia, aperta negli Anni Settanta. Ma poi, di rinvio in rinvio, non se ne fece più niente. Sarebbe ora di riesumarla e costruire un nuovo carcere dove alla condanna non si aggiunga la pena di una detenzione che viola ogni giorno i più elementari diritti umani.
Regina Coeli va chiuso. Ora
È fatiscente, insalubre, antieconomico, inumano e sovraffollato In via della Lungara ci sono il doppio dei detenuti previsti