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Lo sfogo dei pescatori: «Se prestiamo soccorso rischiamo la denuncia»

di Maurizio PiccirilliL’Italia delle chiacchiere e delle polemiche becere. All’indomani della tragedia consumata a largo di Lampedusa finiscono nel mirino i pescatori siciliani. Da un lato si...

L’Italia delle chiacchiere e delle polemiche becere. All’indomani della tragedia consumata a largo di Lampedusa finiscono nel mirino i pescatori siciliani. Da un lato si chiede il premio Nobel dall’altro si punta il dito accusatore contro i pescatori accusati di mancato soccorso. Ad alzare i toni è proprio un esponente del Consiglio d’Europa. Un’inchiesta sul presunto mancato soccorso da parte di alcuni pescherecci e altre imbarcazioni alla barca naufragata a Lampedusa. A chiederla è l’assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa, su proposta della parlamentare olandese (socialista) Tineke Strik che in passato ha redatto un’indagine sulla morte dei migranti nel Mediterraneo. Ma non è vero. Lo stesso ministro dell’Interno Alfano ha smentito questa tesi. A portare i primi soccorsi ai migranti in difficoltà sarebbe stata l’imbarcazione di alcuni pescatori che avevano appena lasciato il porto per una battuta di pesca. A raccontarlo sono le tre persone che si trovavano a bordo del motopesca «Angela C», che hanno detto di aver notato i migranti in difficoltà e di essersi avvicinati immediatamente con la loro barca per prestare soccorso. «Ho visto una marea di teste in acqua- così Raffaele Colapinto, un pescatore di Lampedusa, ha descritto la scena che ha visto davanti ai suoi occhi mentre tornava in porto con la sua barca l’altro giorno all’alba -. Subito ha cercato di imbarcare quante più persone possibili, operazione non facile visto che tutti i migranti erano coperti di gasolio, rendendo la presa scivolosa». Altri pescatori hanno raccolto l’Sos e si sono dati da fare per salvare quei dannati del mare. «A nostro rischio e pericolo – dicono mentre sistemano le reti in porto – Quando li portiamo a riva la polizia ci può denunciare. Ad agosto sono stati denunciati alcuni pescatori che avevano soccorso dei naufraghi». Istigazione all’immigrazione clandestina secondo quanto recita la legge voluta dal leghista Maroni all’epoca ministro dell’Interno. Solo le forze dell’ordine, la Capitaneria di Porto e la Marina possono soccorrere e portare a terra gli immigrati trovati in mezzo al mare. Ad Agrigento sono finiti in manette altri pescatori tunisini poi rilasciati perché la loro versione, avevano effettivamente soccorso alcuni naufraghi, ha avuto riscontri. La rabbia monta. E a sostegno dei pescatori di Lampedusa e di tutta al Sicilia è il presidente del distretto pesca di Mazara del Vallo. «La legge del mare è la legge dell’uomo ed è la nostra legge. Lo scriva per favore. Ma noi spesso siamo costretti a voltare le spalle a chi ha difficoltà in mare perché dobbiamo salvare le vite dei nostri figli. Ci sono in gioco le vite di queste persone che sono nostri fratelli ma ci sono in gioco anche le vite e il destino dei nostri figli». Giovanni Tumbiolo, presidente del distretto pesca di Mazara del Vallo commenta così la notizia su presunti mancati soccorsi da parte di alcuni motopesca alla imbarcazione naufragata al largo di Lampedusa la scorsa notte. «Parliamo di vite umane e noi abbiamo grande rispetto - aggiunge Tumbiolo -. Voglio però ricordare che in ballo, ogni giorno, ci sono anche le nostre vite e quelle delle nostre famiglie». Tumbiolo parla di solitudine e abbandono nel quale sono lasciati da anni i pescatori mazaresi. «Siamo marinai generosi e in questi anni abbiamo salvato centinaia di vite nel soccorso in mare. Non c’è bisogno di dirlo, lo sanno in tutto il mondo che siamo marinai generosi ma qui non ci sono regole. Lo Stato, l’Unione europea dove sono? Pensano tutti che siamo dei comandanti Schettino a cui chiedere di fare cose che comportano rischi e anche danni economici ingenti. A loro non importa niente. Sapete quante aziende sono fallite? Quando soccorriamo immigrati sui barconi in difficoltà - prosegue - la Capitaneria di ordina di entrare in porto a Lampedusa anche con il mare forza sette. Lo sapete cosa significa? Ci sono motopesca che hanno avuto danni ingenti e poi l’attività è fallita». «Potrei citare decine di casi - prosegue Tumbiolo -. Ad esempio, ci sono i fratelli Campo (armatori di un motopesca, ndr) che da quattro anni attendono ancora un rimborso di 40mila euro per danni ben maggiori di circa 200mila euro causati proprio da un intervento di soccorso e dall'ingresso nel porto. Quell’azienda che dava lavoro a 20 famiglie è fallita. Come sono fallite tante altre realtà. Ci mitragliano sulle coste libiche ed è il caso, ricorderete del motopesca Ariete che fu bersagliato da colpi che partirono da una motovedetta della Guardia di finanza donata ai libici e ci sequestrano ogni mese imbarcazioni, tra Libia e Tunisia: viviamo ogni giorno in una situazione in cui non ci sono regole e dove l’Unione Europa non fa proprio niente».

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