Proteste, aggressioni, evasioni. Anche se non si può stabilire un rapporto diretto fra cause ed effetto, il sovraffollamento carcerario non aiuta certo a far diminuire la tensione dietro le sbarre. Anzi. I dati del Dap sono impressionanti. Nel 2012 le proteste collettive nei penitenziari italiani sono state quasi 280 mila. Il record spetta alla Lombardia, con 48.598 episodi. Poi viene la Sicilia (40.098) e, al terzo posto, c’è il Lazio con 22.796 casi. In Abruzzo siamo a 7.716 e in Molise a 482. Infine, ci sono quelle che vengono definite «proteste non collettive», come lo sciopero della fame o della sete, che l’anno scorso ha coinvolto oltre ottomila detenuti, il rifiuto del vitto e delle terapie (1.657) e i danneggiamenti dei beni dell’Amministrazione (915). Ma non ci sono solo le proteste e le rivolte. Per quanto riguarda le evasioni e i mancati rientri, siamo a quota 202, otto nel Lazio e ben sessanta in Abruzzo (nessuno in Molise). Tra i duecento casi abbondanti, 52 rappresentano quelli di persone che non sono tornate in cella al termine di un permesso premio, 13 dal lavoro esterno, 27 dalla semilibertà. Le cifre più preoccupanti sono, però, quelle relative alle aggressioni, che sono divise in ferimenti (1.023) e in colluttazioni (4.651) per un totale di 5.674 in 12 mesi. La suddivisione geografica registra in pole position la Toscana, con 140 ferimenti, seguita da Campania (107), Lombardia (102) e Sicilia (100). Nel Lazio siamo a 74 ferimenti e 276 colluttazioni, in Abruzzo rispettivamente a 26 e 100 e in Molise 13 e 3. È indicativo andare a vedere le motivazioni delle proteste che si verificano all’interno delle mura carcerarie. La maggior parte (228.546 casi lo scorso anno) sono state inscenate a favore o contro misure o proposte legislative che coinvolgevano le condizioni dei penitenziari, come indulti, amnistie e disegni di legge vari. Un’altra parte, abbastanza consistente (40.150), ha avuto a che fare proprio con il sovraffollamento e le condizioni di vita «intramuraria», come si dice in gergo, oppure a causa dell’incompatibilità con altri detenuti, la carenza di assistenza sanitaria o l’insoddisfazione per i servizi offerti, dall’acqua al cibo, dal riscaldamento alla pulizia dei locali. Solamente 42 sono state in relazione al tipo di rapporto instaurato con la magistratura di sorveglianza e appena 20 per reclamare contro il trattamento dei detenuti, come il mancato pagamento di «mercedi», la difficoltà di accesso al lavoro o alla formazione. Gli strumenti per farsi ascoltare sono sempre gli stessi: concerti di pentole e stoviglie, materassi e lenzuola incendiati. Ma non sempre la protesta è di gruppo. Più spesso i reclusi, soprattutto quelli stranieri e molto giovani, rivolgono contro se stessi la rabbia che maturano in celle sovraffollate e sporche. E allora si tolgono la vita impiccandosi alle grate, inalando un’overdose di gas da una bomboletta o, se ne hanno la possibilità, tagliandosi le vene con una lametta. Nel 2012 i suicidi sono stati 56, i tentati 1308. E sembra che siano destinati a crescere.
Suicidi e risse, così si muore in cella
I dati segreti sulle violenze e gli atti di autolesionismo per il sovraffollamento L’anno scorso in 1300 hanno provato a togliersi la vita, ben 56 ci sono riusciti
