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Mezzo metro a testa Ecco la hit parade delle celle-loculi

Dire che sono come topi in gabbia non è giusto. Non corrisponde al vero. I topi, infatti, hanno più spazio dei detenuti delle carceri italiane. Immaginate di essere costretti a vivere per venti-venti...

Dire che sono come topi in gabbia non è giusto. Non corrisponde al vero. I topi, infatti, hanno più spazio dei detenuti delle carceri italiane. Immaginate di essere costretti a vivere per venti-ventidue ore al giorno in un metro quadrato a testa. Lo avete fatto? Bene. Adesso riducete la metratura. E non di poco. Ci sono celle lungo la nostra Penisola dove il rapporto si abbassa sensibilmente e ogni galeotto ha a disposizione appena cinquanta centimetri quadri. Come accade a Catanzaro: quindici persone si contendono otto metri. Sempre in Calabria, a Lamezia Terme, nove detenuti occupano la stessa, piccola cella. Ma per tracciare la classifica dei «loculi di detenzione» partiamo dal nord. A Trieste si vive in sei in cinque metri quadri, a San Vittore si va da una cella di dieci metri che ospita tredici persone a una di tre che ne accoglie quattro. In Piemonte va leggermente meglio. A Torino il rapporto è di cinque individui per sei metri (e qualcuno dorme a terra, perché non ci sono letti sufficienti), mentre a Biella è di due metri per due detenuti. Si sciala, insomma. A Venezia in undici si contendono 1200 centimetri quadrati, ma a Padova il rapporto è di sei a cinque. In Liguria «avanza» un metro. Infatti, al Marassi di Genova sono in otto in nove metri. Non va meglio in Emilia Romagna: a Modena quattro detenuti coabitano per il novanta per cento della giornata in tre metri quadrati. Nel carcere fiorentino si sta meglio che in una clinica privata. Ci sono celle singole. Peccato che siano occupate ognuna in media da tre persone. Non fanno eccezione i due penitenziari capitolini. A Rebibbia in quattordici usano la sala da ping pong. Non per giocare, però. Per trascorrere tutta (o quasi) la loro giornata da reclusi. A Regina Coeli vivono in sei in quattro metri quadri. A Frosinone l’equazione è di uno a uno: sei metri per sei detenuti. Se scendiamo più giù lungo lo Stivale le condizioni sono persino peggiori. Prendiamo la Puglia. A Bari sono in quindici in tredici metri; a Foggia in nove in una cella di otto; a Turi in sei in otto metri. In Basilicata (Potenza) sei prigionieri coesistono in uno spazio di appena cinque metri quadrati. Al Badu e Carros di Nuoro il rapporto è esattamente invertito: cinque detenuti-sei metri quadri. In Campania abbiamo Poggioreale, dove in una cella nove detenuti vivono in sei metri o, in un’altra, dodici si devono accontentare di dieci metri quadri. Della Calabria abbiamo detto. Anche in Sicilia, infine, la situazione è drammatica e umanamente inaccettabile. A Trapani sono in sei per otto metri; a Siracusa lo stesso spazio è destinato a dodici individui; al Pagliarelli di Palermo, invece, il record negativo è di tre galeotti in quattro metri quadrati. D’altra parte negli anni il numero di «inquilini» del nostro sistema detentivo è cresciuto progressivamente. In base ai dati del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, al 30 giugno del 1991 dietro le sbarre c’erano poco più di trentamila detenuti (31.053). Dieci anni dopo il numero era salito a quasi 56 mila (55.393) e un altro decennio più tardi, nel 2011, si era arrivati al record di quasi 67 mila (per l’esattezza 66.897). La popolazione è calata leggermente negli ultimi tre anni ma non abbastanza da determinare un miglioramento delle condizioni di esistenza cautelare dei «reclusi-topi». Nel giugno del 2012, infatti, il dato complessivo era di 66.528 unità, per passare a 65.701 a luglio. Alla fine del giugno 2013, invece, la popolazione carceraria è nuovamente cresciuta rispetto all’anno precedente, oltrepassando di poco la cifra di 66 mila persone ristrette (è proprio il caso di dirlo) in celle che equivagono a un bagno di un miniappartamento. La costrizione in spazi così piccoli e la mancanza di attività (solo un numero esiguo di detenuti lavora dentro o fuori la prigione) è all’origine di tensioni che sfociano spesso in risse, aggressioni, proteste e vere e proprie rivolte.

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