ROMA Ora il boss pentito della camorra accusa lo Stato. L’ex capo dei Casalesi Carmine Schiavone ha presentato ai carabinieri di Ronciglione (Viterbo) denuncia per «ingiusta detenzione». In pratica è stato agli arresti cinque giorni in più del dovuto, dopo aver scontato dieci anni e mezzo ai domiciliari inflitti dalla sentenza del processo Spartacus che (con le sue rivelazioni) ha stroncato la cupola criminale di Casal di Principe e il 15 gennaio 2010 si è chiuso con la conferma della condanne da parte della Cassazione. In sostanza l’ex boss sarebbe stato vittima di un piccolo pasticcio amministrativo che però ha causato un gran clamore. Ad accorgersene è stata la Procura generale presso la Corte d’appello di Napoli. L’ufficio ha avvisato il Tribunale di sorveglianza di Roma che nel conteggio di fine pena doveva tenere conto di 45 giorni da sottrarre come sconto per buons condotta così come prevede la norma. Al giudice però la cancelleria romana non avrebbe passato in tempo l’istanza di riduzione dei termini di carcerazione presentata da Schiavone, per cui quando gli uffici di Napoli si sono accorti dell’errore e lo hanno comunicato ai colleghi di Roma era già troppo tardi: il pentito aveva scontato più giorni di detenzione. Cinque per esattezza. Le date le ricapitola Carmine Schiavone nella sua denuncia. «Premesso che il 03.05.2013 - scrive - ho avanzato istanza all’Ufficio di Sorveglianza presso il Tribunale di Roma per la riduzione della pena di giorni 45 per buona condotta, il 10 luglio viene accolta la mia richiesta e viene concessa la riduzione di pena a titolo di liberazione anticipata in relazione al semestre di 3 novembre 2012 al 3 maggio scorso. L’11 luglio, alle 13 mi viene notificato l’ordine di immediata scarcerazione da parte del personale del Servizio centrale di protezione ne1 quale mi si comunica che il sottoscritto ha espiato un periodo di pena in eccesso pari a giorni cinque. Premetto che detto provvedimento è datato 10 luglio 2013, anticipando il fine pena alla medesima data, e trasmesso a mezzo fax al Servizio per la immediata esecuzione alle 14.11 di detto giorno. Come anzidetto, tale notifica mi viene fatta poi il giorno successivo, ossia l’11 luglio alle 13 circa». Il pentito non pare intenzionato a passare sopra la confusione di date che ha allungato la sua detenzione domiciliare. Vuole andare sino in fondo. Per cui ha chiesto al procuratore di Viterbo che «proceda nei confronti di chiunque venga ritenuto responsabile - con eventuale ipotesi di dolo - di avermi cagionato una ingiusta detenzione». Il braccio di ferro sembra appena iniziato. Schiavone è determinato. In un’intervista a Skytg24, concessa appena diventato un uomo libero, si è pentito di essersi pentito. Ha detto che più criminali di lui sono stati i corrotti tra forze dell’ordine e magistrati. Ha protestato contro la "distrazioni" che avrebbe commesso chi doveva proteggerlo per aver messo in chiaro, sui terminali, il suo vero nome accanto alla nuova identità. Ha protestato perché il patrimonio di famiglia, soldi e immobili, per vendetta è stato distrutto dai camorristi quando le istituzioni avrebbero dovuto custodirlo, come da contratto di collaborazione. Ed è infastidito da un processo per detenzione di armi avviato contro di lui dai carabinieri di Viterbo e finito in una bolla di sapone. La storia sembra destinata a continuare.
«Ingiusta detenzione» Il boss denuncia tutti
Per errore pena in più a Carmine Schiavone
