A Dublino sembrava un pomeriggio qualsiasi. Il 25 settembre 1976 nella cucina di casa Mullen, a Rosemount Avenue, si presentarono alcuni ragazzi. Tra loro Adam Clayton, Paul Hewson (futuro Bono Vox), David Evans, che un giorno sarà The Edge, e suo fratello Dik. Poco più che adolescenti cercavano solo di capire come accordare gli strumenti. Qualcosa di irresistibilmente anti-rockstar. Qualche giorno prima Larry Mullen Jr., ancora quattordicenne, aveva affisso un messaggio sulla bacheca della Mount Temple Comprehensive School: «Drummer seeks musicians to form band». A quanto pare aveva funzionato. All’inizio non sono nemmeno gli U2. Si chiamano Feedback. E, come ha ricordato Larry, per un po’ sono soprattutto una band che «può» suonare poco più del proprio entusiasmo. I primi U2 arrivano quando il punk ha appena insegnato al rock che non è necessario essere virtuosi per avere qualcosa da dire. «Boy», «October» e «War» costruiscono un suono asciutto, nervoso, quasi ascetico. The Edge inventa una chitarra fatta di spazi, riverberi e atmosfere. Clayton e Mullen trasformano la sezione ritmica in una macchina precisa. Bono mette sul tavolo una voce sempre più grande della stanza in cui si trova. Poi arriva il 1983 e «War». Dentro c’è «Sunday bloody sunday», una canzone che prende la tragedia dell’Irlanda del Nord e la trasforma in un grido contro la violenza. Bono ha sempre precisato che non si tratta di una «rebel song» tradizionale. Era, piuttosto, una domanda: «Quanto ancora dobbiamo cantare la stessa canzone?». Ma il vero salto arriva a metà degli anni ’80. Nel 1985 gli U2 salgono sul palco di Wembley per il Live Aid di Bob Geldof. Dovevano eseguire diversi brani ma finiscono per dilatare «Bad» in una versione improvvisata con Bono che scende dal palco e balla con una fan. Il gesto manda all’aria la scaletta: «Pride» viene sacrificata. Dal punto di vista del cronometro è un disastro. Dal punto di vista della mitologia rock, un vero capolavoro. Nel 1987 «The Joshua Tree» li porta al vertice delle classifiche: «With or without you», «Where the streets have no name», «I still haven’t found what I’m looking for». L’album conquista anche il Grammy come Album dell’anno, il primo dei 2 ottenuti dagli U2 in quella categoria. Il vero colpo di genio arriva dopo il successo planetario. Quando molti avrebbero semplicemente replicato la formula vincente, gli U2 fanno l’esatto contrario. Nel 1991 pubblicano «Achtung Baby» e demoliscono con una ruspa gli U2 come li avevamo sempre visti e ascoltati. Bono definirà il disco «il suono di quattro uomini che abbattono The Joshua Tree». Berlino, elettronica, dance, industrial, ironia, alter ego e un’estetica nuova. Sul palco arrivano maxischermi, telefonate finte, televisori, immagini satellitari, messaggi politici, auto Trabant e un Bono che inventa personaggi come The Fly e MacPhisto. Poi, nel 1997, il PopMart Tour porta l’esagerazione ancora più avanti: un gigantesco arco dorato e un limone meccanico. Fino alla riscoperta delle sonorità rock degli anni Duemila.
La cosa più curiosa del 50esimo anniversario è che gli U2 non sembrano affatto intenzionati a trasformarlo in un’operazione nostalgia. Nonostante la Banca Centrale d’Irlanda metterà in circolazione l’edizione speciale di una moneta commemorativa da 2 euro. A luglio hanno pubblicato «Street of dreams», primo brano tratto dal loro nuovo album: il primo di inediti dopo «Songs of experience» del 2017. La canzone è prodotta da Jacknife Lee e il video è stato girato a Città del Messico. Per venerdì 25 settembre è stata anticipata anche l’uscita di un secondo singolo, «Silencio», e l’annuncio della data di uscita del nuovo album. Si parla anche di un possibile ritorno dal vivo nel 2027.
50 anni dopo gli U2 sono ancora qui. Unica band della storia ad aver raggiunto il vertice delle classifiche in quattro decenni consecutivi. Hanno attraversato punk, new wave, Mtv, cd, cassette, Napster, streaming, social network e concerti immersivi. Hanno suonato davanti a folle oceaniche, sono entrati nella Rock & Roll Hall of Fame e hanno costruito tour che contano migliaia di concerti in decine di Paesi. Sono diventati un modo di intendere il rock come luogo dove musica, spettacolo, tecnologia, politica, spiritualità e cultura pop possono convivere. Sono sopravvissuti alle mode perché, ogni volta che il mondo è cambiato, hanno provato a cambiare anche loro. Non sempre senza rischi, discussioni o contraddizioni. Ma senza restare fermi. Mai. Continuando a cercare quello che non hanno ancora trovato.
