Dossier Mafia e appalti e rivelazioni di Ciancimino. Capezzone: qualche domanda a Violante e Caselli
Se vi sta appassionando l’inchiesta de Il Tempo sul 1992, su come le tesi di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino furono osteggiate nel cuore stesso di certa magistratura, e su come (da sinistra e non solo) si sia veicolata per trent’anni una narrazione distorta, allora c’è un libro che dovete assolutamente prendere in mano. È uscito a novembre del 2024, si intitola «L’altra verità – Giovanni Falcone, Vito Ciancimino e la lotta alla "vera mafia" che non si è ancora completamente combattuta» (edizioni Piemme), e ne sono autori il generale Mario Mori e il colonnello Giuseppe De Donno. Quel che emerge dal volume è materiale rovente: in un altro paese, avrebbe scatenato discussioni al calor bianco. E invece in Italia si è istantaneamente creata un’imbarazzante coltre di silenzio, la stessa a cui stiamo assistendo in questi giorni sul caso Scarpinato-Natoli.
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Un pezzo della storia è già noto: il lungo (e infine vano) tentativo di criminalizzare Mori e De Donno, di isolarli, di costruire il grande racconto mediatico e giudiziario della «trattativa», di usare quella potente e fumosa narrazione per nascondere troppe altre cose. Che però nel libro emergono prepotentemente, a partire da un dattiloscritto (pubblicato nel volume) in cui Vito Ciancimino, politico compromesso con i poteri criminali ma depositario di conoscenze che dovevano per lo meno essere esaminate, arriva a delineare ipotesi in qualche misura convergenti con quelle che – per vie completamente diverse – erano state elaborate da Giovanni Falcone: e cioè l’esistenza di qualcos’altro rispetto alla mafia criminale propriamente detta.
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Perché non si volle dar seguito alle informazioni offerte da Ciancimino? Chi aveva interesse a non svelare la compromissione dell’intero sistema dei partiti (incluso il Pci di allora), e quindi non solo della Dc, con i poteri criminali e la spartizione illegale degli appalti? Ed è esistita (altro che la «trattativa» addebitata a Mori e De Donno) un’interlocuzione opaca e non chiarita tra istituzioni e criminalità organizzata? Chi la condusse? La stessa sequenza dei delitti eccellenti va forse rivisitata e riesaminata in un quadro che va ben oltre Palermo e la mafia propriamente detta.
L’osservazione di partenza degli autori è choccante: per un verso la celebre frase di Falcone sulle “menti raffinatissime” alla base del primo fallito attentato contro di lui, per altro verso il dossier dei Ros dei Carabinieri su mafia e appalti, e infine le stesse rivelazioni di Vito Ciancimino sono tre modi – ovviamente diversissimi – di arrivare al medesimo snodo, e cioè al fatto che la “vera mafia” non fosse solo quella criminale, quella che nel 1992 scelse la via terroristica.
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Mori e De Donno, due eroi della vera antimafia, lo scrivono a chiare lettere: non nella fase iniziale del loro lavoro, ma progressivamente nel tempo, si resero conto che c’era contro il loro lavoro investigativo un blocco di potere, un sistema, un insieme di rapporti - non solo a livello siciliano ma sul piano nazionale – che non voleva che andassero avanti.
Ed ecco la novità clamorosa del libro di fine 2024: il documento di Vito Ciancimino dice, a modo suo, cose analoghe: e cioè chiama in causa qualcosa che va al di là di Cosa Nostra. Intendiamoci bene: Ciancimino era un uomo profondamente compromesso con la mafia, e la sua stessa volontà di collaborazione era venata anche da calcoli personali. E però a pentiti o dichiaranti assai meno rilevanti di lui si dedicò attenzione e tempo. Con lui invece parve esserci una fretta sospetta di chiudere una pagina, di non illuminare il rapporto tra criminalità, politica e affari, di non esaminare le sue informazioni.
Mori e De Donno non hanno mai sostenuto che Ciancimino dicesse solo la verità e tutta la verità. E in ogni caso, come per qualunque dichiarante, tutto sarebbe stato sempre da esaminare e vagliare.
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Ma in quel caso, curiosamente, qualcuno decise a priori che Ciancimino non fosse attendibile.
La procura di Palermo si intestardì nel pretendere che, prima di ogni altra cosa, lui si dichiarasse uomo d’onore (mentre Ciancimino, che pure non negava i suoi profondi rapporti con la mafia, si riteneva altro da Cosa Nostra).
Poi l’allora Presidente della Commissione parlamentare Antimafia Luciano Violante non volle sentirlo in audizione: la Commissione ascoltò Buscetta ma non il politico Ciancimino. E come mai? Forse perché avrebbe parlato non solo del suo partito, della Dc, ma dell’intero sistema dei partiti.
E la Procura di Palermo retta da Giancarlo Caselli sembrò a sua volta preferire altre piste, forse nel timore che Ciancimino confermasse il quadro offerto da Rino Nicolosi, due volte presidente della Regione, che a sua volta aveva parlato dell’intero sistema dei partiti. Anzi lui parlava di «sistemi», cioè di una serie di sistemi e intrecci di natura politica, imprenditoriale, criminale. Insomma, sarebbe finito in mezzo anche il Pci, con ogni probabilità.
C’è anche di più: Ciancimino sosteneva che pure molti dei delitti eccellenti (da La Torre a Dalla Chiesa, fino allo stesso Falcone) fossero stati decisi a Roma più che a Palermo. Una teoria che doveva per lo meno essere vagliata e verificata. Ma ci fu una netta ritrosia della Procura, rispetto alla quale Morì e De Donno formulano due ipotesi. La prima, più benevola, è legata a una legittima valutazione dei magistrati sul fatto che Ciancimino volesse più inquinare che collaborare.
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La seconda, più maliziosa, è che Ciancimino potesse appunto fare rivelazioni sul Pci o comunque sul consociativismo dell’intero sistema dei partiti, incluse sinistra e cooperative. Come del resto sia il dattiloscritto di Ciancimino sia le rivelazioni di Rino Nicolosi già avevano fatto.
Per paradosso, Ciancimino non venne preso in considerazione nemmeno quando offrì informazioni teoricamente preziose sul presunto incontro tra Andreotti e Riina. Questo aspetto merita un approfondimento. Per molto tempo Ciancimino non era affatto convinto di quell’incontro: spiegava che un uomo come Salvo Lima non avrebbe mai commesso l’errore di realizzare una simile ‘mediazione’. Poi però, una volta in carcere, Ciancimino si convinse che le cose potessero essere andate diversamente perché, nell’anno del presunto incontro – pensò in seconda battuta – qualcosa poteva aver convinto Lima a organizzare la cosa. Allora Ciancimino chiese ai magistrati semplicemente un miglioramento delle sue condizioni carcerarie (soffriva il freddo particolarmente), proponendo di offrire elementi che naturalmente dovevano essere vagliati e verificati. Ma pure quella disponibilità fu fatta cadere.
E questo è clamoroso anche per chi, come chi scrive questa pagina, non ha mai creduto all’incontro Riina-Andreotti. La Procura era tutta concentrata sulla caccia ad Andreotti: eppure chiuse la porta perfino quando Ciancimino offriva elementi buoni per quella pista investigativa principale di Caselli. Come si spiega? Caselli avrebbe potuto trovare elementi – o magari addirittura le prove – su quello che cercava. E invece no.
Ma il meglio (anzi, il peggio) arriva quando Mori e De Donno ricostruiscono i loro colloqui confidenziali con Ciancimino (che valsero ai due eroi due decenni di aggressioni). Gli autori spiegano bene che a più riprese avevano posto a Ciancimino come condizione la necessità della cattura di Riina e dei capi di Cosa Nostra. Dapprima lui reagì male, temendo per sé stesso; poi sembrò di nuovo disponibile. Eppure non si volle far tesoro di quella novità. E la cattura di Riina, sempre grazie ai Ros, avvenne per altra via.
Va detto che Mori e De Donno furono accusati di una «trattativa» segreta quando invece avevano parlato del loro lavoro investigativo - e dei relativi colloqui confidenziali- con Fernanda Contri (sottosegretaria alla Presidenza del Consiglio) e con Liliana Ferraro (che aveva preso il posto di Falcone). Certo non ne parlarono con la Procura quando era retta dal discusso Giammanco. Ma all’arrivo di Caselli (gennaio ’93) andarono da lui a informarlo.
Un colpo di scena si verificò quando Ciancimino a un certo punto, prima di essere arrestato, si rifece vivo con Mori e De Donno avendo ripreso contatto con i vertici della mafia, che – disse ai due Carabinieri – riferendosi a Mori e De Donno dicevano in sostanza “e questi chi sono?”. Come se ci fossero contemporaneamente ulteriori loro contatti con altri interlocutori. Il che fa presumere che un’opaca trattativa avvenisse altrove e per altri canali: non certo tramite i Ros.
A un certo punto, a proposito di questo ipotetico altro canale (quello opaco, non quello di Mori-De Donno), si evoca la figura di un misterioso «architetto», un uomo delle istituzioni. Leggendo il libro, ho la sensazione che i lettori potranno farsi qualche idea al riguardo. E a chi scrive queste righe capita di chiedersi se tra le «menti raffinatissime» possano esserci stati anche alcuni protagonisti della grande retorica dell’antimafia di parata di tutti questi anni. Chissà. Una ragione di più, in particolare per la Commissione Antimafia, per andare avanti fino in fondo. Buon lavoro, presidente Chiara Colosimo. Il Tempo farà di tutto per tenere i fari accesi sulla sua opera coraggiosa.
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